Meritocrazia: la bugia che giustifica i privilegi
di Federica Vennitti
“Se ti impegni abbastanza, puoi arrivare ovunque”. Quante volte abbiamo sentito questa frase? A scuola, all’università, sul lavoro. La retorica del merito ci accompagna ovunque, proclamata come simbolo di giustizia ed equità. Eppure, dietro questa parola apparentemente neutra e positiva, si nasconde una trappola. La meritocrazia funziona come un mito rassicurante: ci racconta che viviamo in un mondo in cui tutti e tutte partono dalle stesse condizioni e che la differenza tra successo e fallimento dipenda solo dall’impegno individuale. Ma la realtà è un’altra: le condizioni di partenza non sono uguali, e fingere che lo siano significa occultare privilegi e svantaggi strutturali. In questo modo, la meritocrazia diventa un discorso moralizzante che non emancipa, ma schiaccia.
Il termine “meritocrazia” nasce in Inghilterra, ma non come ideale virtuoso. Michael Young, nel 1958, con The Rise of Meritocracy, lo inventa in chiave satirica. Nel suo racconto distopico immagina un futuro dominato dai più intelligenti e performanti, dove i test attitudinali e le valutazioni diventano strumenti di selezione sociale spietata. L’esito non è una società giusta, bensì un incubo elitario: chi resta indietro viene colpevolizzato, chi sta in alto usa il merito come scudo morale dei propri privilegi. Questo punto è centrale: il “merito” appare come criterio neutro, ma è in realtà un dispositivo che naturalizza la disuguaglianza, trasformandola in destino. Young, ironicamente, aveva immaginato persino un movimento di donne che si ribellavano a questa logica omologante, mostrando come proprio la differenza – di genere, di classe, di esperienze – potesse rappresentare una forza di resistenza.
La narrazione meritocratica si regge su un concetto tanto semplice quanto ingannevole: la cosiddetta “uguaglianza delle opportunità”. Pensatori come Raymond Williams hanno mostrato come questa fosse solo un mito. Williams scriveva che aprire formalmente l’accesso a tutti non significava creare giustizia, perché le condizioni sociali ed economiche restavano profondamente ineguali. Don Milani, nella Lettera a una professoressa, lo aveva detto senza mezzi termini: la scuola non è neutra, ma seleziona e riproduce i privilegi di classe. Anche Marx, nella Critica al Programma di Gotha, aveva messo in guardia contro l’idea che la distribuzione basata sul rendimento potesse generare uguaglianza: così si legittima soltanto la diseguaglianza stessa, attribuendo al lavoratore un valore puramente quantitativo, legato alla produttività. E persino Hayek, da posizioni liberiste, notava come una società che fa dipendere tutto dal merito finisca per rendere intollerabile la condizione di chi non riesce a emergere, trasformando la sconfitta in stigma personale. Questi pensieri ci mostrano come il mito meritocratico sia stato smontato da prospettive molto diverse, ma tutte concordi nel denunciarne la natura illusoria.
La declinazione patriarcale del merito
In questo contesto, le donne pagano un prezzo doppio. Il “merito” viene misurato con parametri maschili: carriere lineari, disponibilità assoluta, produttività continua. Tutto ciò che ignora i carichi di cura, la maternità, il lavoro invisibile, e che non considera la molteplicità di ruoli e responsabilità che ricadono in gran parte sulle donne. A parità di competenze, i riconoscimenti arrivano meno e più tardi. E spesso, per essere legittimate, le donne devono interiorizzare regole di gioco che non hanno scelto, dimostrando “il doppio” per ottenere la metà. La meritocrazia, in questo senso, non fa che riprodurre e rafforzare le gerarchie patriarcali: non basta essere brave, bisogna essere brave secondo criteri pensati da altri. Non sorprende quindi che la retorica meritocratica diventi una gabbia dorata che promette emancipazione, ma in realtà moltiplica la fatica e lo sfruttamento.
Oggi questa logica permea ogni ambito. Nella scuola primaria e secondaria, i test invalsi dividono studentesse e studenti in vincenti e perdenti, costruendo gerarchie che si consolidano già in età precoce. Nei luoghi di lavoro, i sistemi di bonus aziendali trasformano la cooperazione in una gara infinita, premiando chi si adegua meglio al modello competitivo e lasciando indietro chi non riesce a stare al passo. Nelle università, la valutazione attraverso ranking e classifiche riduce la ricerca a numeri e punteggi, impoverendo la sua funzione critica e sociale. Persino nelle piattaforme digitali, la logica meritocratica assume forme nuove: bisogna coltivare una reputazione da cinque stelle per essere considerate degne di fiducia, in un’economia della reputazione che non ammette sbagli né fragilità. Così, ogni differenza si trasforma in gerarchia, e ogni fragilità diventa colpa individuale. La meritocrazia diventa così un dispositivo che invade la vita quotidiana, imponendo standard continui e logiche punitive.
Smontare la trappola
La meritocrazia non democratizza il potere, lo concentra. Non apre possibilità, le chiude. Non premia le differenze, le schiaccia. È il dispositivo con cui il neoliberismo maschera le proprie disuguaglianze e le rende apparentemente naturali. Per questo non basta smascherarne l’inganno: bisogna opporvi un’altra visione. Uno sguardo femminista e intersezionale mostra con chiarezza che il merito non è mai valutato in astratto, ma in contesti segnati da rapporti di forza concreti. Laddove si proclama che “chiunque può farcela”, si sancisce implicitamente che chi non ce la fa non è degno di ascolto, diritti e dignità. È un meccanismo che trasforma bisogni e differenze in colpe. La vera alternativa non è dunque la promessa di “pari opportunità”, ma la costruzione di un sistema che riconosca le differenze senza trasformarle in gerarchie.
Un ordine giusto non può fondarsi sull’idea che i diritti vadano meritati. I diritti si garantiscono, e basta. Indipendentemente dai voti, dal curriculum, dalla carriera lavorativa o dalla capacità di conformarsi a standard maschili e neoliberali. La critica alla meritocrazia, dunque, non è un esercizio teorico: è una pratica politica collettiva, capace di unire lotte femministe, studentesche, sindacali e sociali. Significa rifiutare l’idea che l’esistenza debba costantemente essere giustificata e misurata, e reclamare invece la legittimità delle differenze, dei bisogni e delle vulnerabilità.
Se la meritocrazia, da utopia, si è rivelata distopia, allora la sfida che ci resta è immaginare un’alternativa: una società fondata non sul merito ma sulla cura, non sulla selezione ma sulla solidarietà, non sull’uguaglianza formale ma su una giustizia sostanziale. Un compito che appartiene a chi rifiuta il mito tossico del “merito”: donne, giovani, soggetti marginalizzati, cittadin* che scelgono di non farsi intrappolare da un modello competitivo ed escludente.
Perché la libertà non si misura: si costruisce, insieme.
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