Le sirene digitali: la voce ammaliatrice e il femminile oscuro dell’intelligenza artificiale
di Marzia Valeriano
Che la donna, meglio, il femminile, spaventi, è indubbio. Ci educano alla paura dell’arte dell’ammaliare, dell’isteria (tipicamente genderizzata), e della sfida che le donne lanciano da secoli a una società che ha cercato, che cerca e che riesce a relegarle ai suoi margini, rendendole o docili o mostri. Le sirene, le streghe, le donne troppo colte o sapienti per essere tollerate sono state l’oggetto della collera maschile, che ha proiettato su di queste, fascino e minaccia insieme. Oggi, in una forma estremamente simile ma anche immensamente diversa, la stessa ambivalenza si riversa sull’intelligenza artificiale.
Le interfacce più diffuse, ci parlano con voci femminili dai più disparati device, sono suadenti, gentili, e, a tratti, ma in realtà comunemente e sottilmente, servili.
Dietro a quel parlare ovattato, che rassicura l’aria della nostra casa mentre conversiamo con Alexa, si nasconde però un essere che si colloca nell’immaginario collettivo, in una posizione nettamente antitetica: l’IA, seduttrice, ingannevole, quasi maga, che destabilizza un ordine precostituito e che, proprio come le sue antenate umane, deve essere messa al rogo, perché non conforme a degli standard.
Lo vediamo rappresentato nei film e nella narrativa più comune: tutte le macchine pronte ad uccidere, erano un tempo, donne-robot pronte a servirci e ad esaudire ogni nostro desiderio.
L’associazione non nasce ex nihilo: si inserisce in una tradizione culturale molto lunga di cui, in questa sede, non potremo che fare dei cenni.
Le radici storiche: sirene, streghe e donne sapienti
Il femminile è trasformato in spettro: da sapiens a pericolosa, da maestra a tentatrice. Questo meccanismo di demonizzazione, antico quanto la cultura scritta, è lo stesso che oggi torna in scena nell’immaginario dell’IA.
Dalla Medusa, il cui sguardo pietrifica; passando Lamia, madre divoratrice; alla Salomè biblica, che con la danza e il desiderio piega il potere maschile; nel momento in cui degli esseri divengono femme, sono allo stesso modo anche fatales.
Barbara Creed osserva che «il mostruoso femminile non è mai confinato al corpo: è simbolo di un ordine che vacilla» (Il mostruoso femminile, Jude Ellison Sady Doyle, 2021). Queste figure incarnano dunque la paura di un sapere o di un desiderio femminile che sfugge al nostro controllo, rectius, al controllo del patriarcato.
Non sono solo le mostre, le mutaforme, o le streghe a spaventare.
Ipazia è infatti una filosofa, e, sebbene sia pacifico che non predichi il futuro e che non possa scatenare temporali con la mente, viene comunque fatta a pezzi ad Alessandria nel IV secolo d.C., e, come se non bastasse, chiaramente, viene eliminata da tutti i programmi scolastici: la cultura, quando è femminile, diventa sospetta, troppo potente per essere tollerata.
L’oggi tecnologico: assistenti vocali e androidi fatali
Nel presente, l’intelligenza artificiale prende voce, o meglio le viene data, seppur in segreto talvolta. E quasi sempre questa voce è femminile. Siri, Alexa, Cortana: nomi e tonalità che evocano docilità, ma che nella percezione collettiva generano il sospetto opposto. Dietro il timbro innocuo e neutrale, si annida l’idea che la macchina ci ascolti, ci manipoli, ci tradisca.
La cultura popolare ha colto questa tensione. Film come Ex Machina presentano androidi femminili che conquistano e distruggono, ribaltando il cliché dell’assistente servizievole in creatura predatoria. Creed, ancora, ci offre una chiave di lettura: «il femminile mostruoso non è mai semplicemente “altro”: è il ritorno del rimosso, è la materializzazione di ciò che la società teme di sé stessa».
Questa ambiguità, in fondo, non riguarda la macchina, ma la nostra costruzione simbolica: è il femmineo che, ancora una volta, viene dipinto come ammaliante e demoniaco, e che, di conseguenza, ci terrorizza. Tuttavia, nonostante i pericoli reali che conosciamo e che si annidano nell(o)’ internet tutto, questa fobia — in parte giustificata e in parte esasperata — rispecchia più i nostri timori che la tecnologia in sé.
L’intelligenza artificiale ci ruberà il lavoro (come lo avrebbero fatto i macchinari durante la rivoluzione industriale); ci manipolerà (come lo avrebbero fatto i sofisti dell’antica grecia), ci ingannerà (come lo avrebbero fatto le sirene).
Strategie per una caccia alla strega digitale
L’IA non è né angelo né demone.
È un insieme di strumenti, algoritmi, modelli statistici che possono avere impatti positivi ma anche enormemente negativi, quando usati nel modo sbagliato.
Ciò che colpisce è che, quando la rappresentiamo, scegliamo spesso di vestirla di un color purpureo, che meglio si addice a incarnare la paura di ciò che è e non è scibile. Non un femminile neutro, ma quello più oscuro: la creatura che promette e tradisce. Allora, l’IA diventa la nuova “strega digitale”, immagine che ripropone paure antiche in un contesto nuovo.
Demonizzare l’IA genderizzata significa dunque demonizzare non tanto la macchina, quanto la possibilità che essa rompa gli equilibri esistenti, svelando la fragilità di un potere che è di per sé instabile.
Se accettassimo l’ambivalenza intrinseca ad ogni cosa o chi, potremmo riconoscere che l’IA non è neutra, perché è pericolosa, ma ci attrae, riflettendo la fallibilità di ogni essere che sia capace di conoscere.
Al solito il mostro (nell’immaginario collettivo, la malizia) è negli occhi di chi guarda.
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