La crisi della mascolinità in Mrs. Dalloway: il trauma della guerra secondo Virginia Woolf
di Swami Squartecchia
La Prima guerra mondiale non ha trasformato soltanto gli equilibri geopolitici ed economici dell’Europa: ha modificato profondamente anche la società, mettendo in discussione il modo in cui uomini e donne percepivano se stessi e il proprio ruolo nel mondo. Tra le identità più profondamente scosse vi è stata quella maschile, costruita fino ad allora su ideali di forza, autocontrollo e invulnerabilità.
Le atrocità del conflitto hanno lasciato ferite che andavano ben oltre il corpo. Milioni di famiglie hanno pianto i propri cari, mentre i sopravvissuti tornavano dal fronte segnati da mutilazioni fisiche e, soprattutto, da traumi psicologici spesso invisibili. Tra questi, il più devastante era quello che all’epoca veniva definito shell shock, oggi riconosciuto come disturbo da stress post-traumatico (PTSD).
All’inizio del Novecento, il trauma di guerra era ancora poco compreso dalla medicina. Sintomi come allucinazioni, incubi ricorrenti, crisi emotive, paralisi e stati dissociativi venivano frequentemente interpretati come segni di debolezza morale o di scarsa forza di volontà. Una simile lettura rifletteva il pregiudizio di una società che pretendeva dagli uomini il controllo assoluto delle emozioni e la capacità di affrontare qualsiasi sofferenza senza cedere.
In questo contesto si inserisce Mrs. Dalloway (1925), uno dei romanzi più significativi di Virginia Woolf. Attraverso il personaggio di Septimus Warren Smith, un reduce affetto da shell shock, l’autrice offre una delle rappresentazioni più intense del trauma psicologico e della crisi dell’identità maschile nel dopoguerra.
Septimus Warren Smith: il volto della mascolinità ferita
Fin dalle sue prime apparizioni, Septimus viene presentato come un uomo profondamente cambiato dalla guerra. Cammina per le strade della Londra del dopoguerra accanto alla moglie Lucrezia, che assiste con crescente disperazione al suo progressivo isolamento dalla realtà.
Il protagonista appare fragile sia nel corpo sia nella mente. Virginia Woolf lo descrive pallido, trasandato, con uno sguardo smarrito e incapace di interpretare il mondo che lo circonda secondo una logica condivisa. I rumori della città, gli oggetti e persino il cielo diventano per lui veicoli di messaggi misteriosi, mentre il senso di colpa per la morte dell’amico Evans continua a perseguitarlo.
La sua figura rappresenta l’opposto dell’ideale maschile dominante. Septimus non è l’eroe forte e razionale celebrato dalla società, ma un uomo incapace di reprimere il proprio dolore. Proprio per questo diventa invisibile agli occhi del mondo che lo circonda: la sua sofferenza non trova spazio all’interno della narrazione tradizionale della virilità.
Attraverso la sua esperienza, Woolf mette in discussione l’idea che la mascolinità possa essere definita esclusivamente dalla forza fisica, dal controllo emotivo e dall’efficienza sociale. La percezione frammentata di Septimus diventa invece il simbolo di un’identità ormai irreversibilmente trasformata dalla guerra.
La medicina e il fallimento della società
Il tentativo di Lucrezia di ottenere aiuto conduce Septimus da due medici: il dottor Holmes e il celebre specialista Sir William Bradshaw. Sebbene propongano cure differenti, entrambi condividono un presupposto fondamentale: minimizzare la gravità della sua condizione.
Per Woolf, questi personaggi incarnano i limiti della medicina e della società dell’epoca. Holmes liquida il disagio di Septimus come semplice esaurimento nervoso, mentre Bradshaw rappresenta un’autorità ancora più inquietante. Dietro il linguaggio della scienza si nasconde infatti un sistema che privilegia disciplina, ordine e conformismo rispetto alla comprensione della sofferenza umana.
Il celebre principio della “proporzione”, tanto caro a Bradshaw, diventa il simbolo di una società incapace di accogliere chi non riesce più a conformarsi alle sue regole. L’isolamento imposto come terapia non è altro che una forma di esclusione sociale.
Virginia Woolf rivolge così una critica profonda non solo alla psichiatria contemporanea, ma anche agli ideali maschili ancora ereditati dall’età vittoriana. Agli uomini viene richiesto di mantenere sempre autocontrollo, compostezza e razionalità, reprimendo qualsiasi manifestazione di fragilità. Septimus, però, non può soddisfare queste aspettative senza annullare completamente se stesso.
La sua alienazione diventa quindi il risultato di un duplice fallimento: quello della medicina, incapace di comprendere il trauma psicologico, e quello della società, che continua a interpretare la vulnerabilità come una colpa anziché come una conseguenza della guerra.
Il suicidio come rifiuto delle imposizioni sociali
Il momento culminante del romanzo coincide con il suicidio di Septimus.
Lungi dall’essere presentata come una scelta romantica o eroica, la sua morte rappresenta l’estremo gesto di un individuo che non trova più alcuno spazio in una società incapace di riconoscere la sua umanità. Per Septimus, togliersi la vita significa sottrarsi definitivamente a un sistema che tenta di ridurlo al silenzio, negando la realtà della sua sofferenza.
Virginia Woolf trasforma così una tragedia individuale in una denuncia collettiva. Il suicidio del protagonista richiama la sorte di molti reduci della Prima guerra mondiale, abbandonati da istituzioni impreparate ad affrontare le conseguenze psicologiche del conflitto.
A distanza di un secolo, Mrs. Dalloway continua a parlare con sorprendente forza al lettore contemporaneo. La vicenda di Septimus anticipa molte delle riflessioni odierne sulla salute mentale, sul trauma e sulla costruzione sociale della mascolinità.
Il romanzo ci ricorda quanto possano essere dannosi gli ideali che impongono agli uomini di essere sempre forti, razionali e impermeabili al dolore. Attraverso la figura di Septimus, Virginia Woolf restituisce dignità a una sofferenza troppo a lungo ignorata e invita a ripensare il significato stesso dell’essere uomini dopo un evento che ha cambiato per sempre la storia del Novecento.
La crisi di Septimus non appartiene soltanto al passato: continua a interrogare il presente, ricordandoci che il riconoscimento della vulnerabilità non rappresenta una sconfitta della mascolinità, ma una parte essenziale dell’esperienza umana.
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