Guardare o essere guardate: il male gaze e la sessualizzazione dei personaggi femminili negli shōnen manga

di Anna Barbariol

Nel dibattito sui manga shōnen, la sessualizzazione dei personaggi femminili viene spesso liquidata come un elemento “di genere”, una convenzione innocua o addirittura inevitabile. Dopotutto, si sente dire, sono opere pensate per un pubblico maschile adolescente, e il fanservice ne sarebbe una naturale conseguenza. Ma questa spiegazione, apparentemente neutra, nasconde una dinamica ben più profonda: la normalizzazione di uno sguardo che costruisce i corpi femminili come oggetti visivi, più che come soggetti narrativi.

Il male gaze non è semplicemente il fatto che un personaggio sia attraente o sessualizzato. È una struttura dello sguardo che organizza la narrazione, le inquadrature, il ritmo della storia e persino la caratterizzazione dei personaggi. Nei manga shōnen, questo sguardo presuppone un osservatore maschile, esterno e dominante, per il quale il corpo femminile viene frammentato, messo in posa, esibito. Le donne non sono solo presenti nella storia: sono spesso offerte allo sguardo.

Questo si traduce in scelte visive ricorrenti e codificate: abiti che sfidano la logica del contesto narrativo, scene d’azione interrotte da inquadrature su seno e glutei, gag comiche basate sull’umiliazione o sull’esposizione involontaria del corpo femminile. Tutti elementi che producono un messaggio implicito ma potente: il valore del personaggio femminile risiede, almeno in parte, nella sua disponibilità visiva.

Un aspetto centrale di questo fenomeno è che la sessualizzazione raramente è accompagnata da una reale agency. Le protagoniste possono essere forti, combattive, persino temute, ma il loro potere viene costantemente ricondotto entro una cornice che le rende guardabili, desiderabili, consumabili. È una contraddizione solo apparente: la forza femminile è tollerata finché non destabilizza lo sguardo che la controlla.

Non è un caso che questa impostazione sia stata storicamente prodotta e riprodotta soprattutto da mangaka uomini, inseriti in un’industria editoriale che ha a lungo dato per scontato un pubblico maschile e una gerarchia di desideri ben definita. In questo contesto, la sessualizzazione non è solo una scelta estetica, ma una pratica culturale che rafforza ruoli, aspettative e rapporti di potere. Il corpo femminile diventa uno spazio su cui si proiettano fantasie, più che un mezzo attraverso cui raccontare un’esperienza.

Proprio per questo risultano particolarmente interessanti le eccezioni, perché dimostrano che il problema non è il medium, ma lo sguardo che lo attraversa. Rumiko Takahashi rappresenta un esempio fondamentale. Durante la produzione dell’adattamento anime di Inuyasha, chiese esplicitamente che l’uniforme scolastica della protagonista Kagome non si sollevasse mai fino a mostrare la biancheria. Una richiesta apparentemente marginale, ma che in realtà segna un confine chiaro: il corpo della protagonista non doveva essere oggetto di voyeurismo automatico.

In quel gesto c’è una consapevolezza precisa del modo in cui l’animazione tende a enfatizzare lo sguardo, spesso andando oltre le intenzioni dell’opera originale. Takahashi sembra rifiutare l’idea che l’esposizione del corpo femminile sia una scorciatoia narrativa o un obbligo commerciale. Kagome è una ragazza catapultata in un mondo violento e ostile, e il suo corpo non è lì per essere consumato, ma per esistere e agire all’interno della storia.

Questo approccio mette in crisi un altro mito molto diffuso: quello secondo cui la sessualizzazione renderebbe le opere più adulte, più mature o più “vere”. In realtà, accade spesso il contrario. Molti manga che evitano l’ipersessualizzazione riescono a costruire narrazioni molto più stratificate, emotivamente complesse e tematicamente serie.

Fullmetal Alchemist è un esempio emblematico. In un’opera che affronta il trauma, la guerra, il colonialismo, il lutto e la responsabilità morale, i personaggi femminili non sono mai ridotti a corpi decorativi. Il loro valore non deriva da quanto sono desiderabili, ma da ciò che fanno, da come sbagliano, da come resistono. La narrazione non ha bisogno di interrompersi per ricordarci che sono “donne”: la loro soggettività è già pienamente riconosciuta.

Anche Hunter × Hunter, considerato uno degli shōnen più influenti e studiati di sempre, dimostra come la forza narrativa non abbia alcun bisogno di passare attraverso la sessualizzazione dei personaggi femminili. Un’opera a cui moltissimi mangaka continuano ancora oggi a ispirarsi costruisce il suo impatto su una scrittura complessa, su dinamiche di potere stratificate e su personaggi sia maschili che femminili definiti prima di tutto dalla loro interiorità e dalle loro scelte. I corpi, in Hunter × Hunter, non sono messi in scena per essere consumati visivamente, ma per mostrare vulnerabilità, limiti, trasformazioni e conflitti morali. È una narrazione che prende sul serio la propria materia e che dimostra come la “maturità” di uno shōnen risieda nella profondità dello sguardo, non nell’esibizione.

Al contrario, molti manga che fanno della sessualizzazione uno dei loro elementi centrali risultano narrativamente fragili, e proprio l’insistenza sul corpo femminile finisce per rivelarne i limiti. Kakegurui, ad esempio, costruisce gran parte del suo immaginario su un’estetica erotizzata che associa il desiderio, il rischio e il piacere quasi esclusivamente alla messa in scena dei corpi delle protagoniste. L’eccesso visivo prende spesso il posto di un reale approfondimento psicologico, trasformando la tensione narrativa in una ripetizione di pose, sguardi e reazioni pensate per essere consumate più che comprese. Ancora più esplicito è il caso di Highschool of the Dead, dove la sessualizzazione è talmente invasiva da interrompere costantemente il ritmo della storia: inquadrature impossibili, corpi femminili iper-esposti anche in contesti di violenza e morte, personaggi ridotti a funzioni erotiche più che narrative. In questi casi, il fanservice non arricchisce il racconto, ma agisce come un riempitivo strutturale, una scorciatoia visiva che supplisce alla mancanza di sviluppo tematico e relazionale, svuotando la narrazione di qualsiasi reale profondità.

Dal punto di vista femminista, il problema non è la presenza della sessualità in sé, né il desiderio, né il corpo. Il nodo centrale è la sua distribuzione diseguale e il significato che assume all’interno della narrazione. Quando la sessualizzazione è unidirezionale, costante e scollegata dalla soggettività dei personaggi femminili, non produce libertà né trasgressione: produce riduzione. Riduce i corpi a superfici, le emozioni a reazioni estetiche, l’esperienza femminile a qualcosa che esiste soprattutto per essere osservato. In questi casi, la sessualità non apre possibilità narrative o identitarie, ma le restringe, trasformandosi in un linguaggio ripetitivo che dice sempre la stessa cosa: questo corpo è qui per te.

Opere come Kakegurui o Highschool of the Dead mostrano chiaramente questo meccanismo. L’erotizzazione insistita non costruisce complessità, ma sostituisce lo sviluppo con l’eccesso, l’intensità emotiva con la stimolazione visiva. Il corpo femminile diventa una scorciatoia narrativa, un dispositivo che cattura l’attenzione senza mai interrogarsi sul proprio impatto. Il risultato è una rappresentazione che, invece di arricchire il racconto, lo appiattisce, perché non lascia spazio a una reale esplorazione dei personaggi come soggetti desideranti, contraddittori, autonomi.

Mettere in discussione il male gaze negli shōnen manga non significa chiedere storie “pulite”, moralizzate o prive di sensualità. Significa, piuttosto, rifiutare l’idea che il desiderio debba sempre muoversi in una sola direzione e che il corpo femminile sia un terreno narrativo disponibile per default. Significa interrogarsi su chi guarda, chi viene guardata e a quale prezzo. Significa chiedere storie in cui le donne non debbano continuamente negoziare il proprio diritto di esistere oltre il proprio corpo, o dimostrare di meritare complessità solo rinunciando alla propria fisicità.

I manga che riescono davvero a lasciare il segno – da Fullmetal Alchemist a Hunter × Hunter, passando per molte altre opere meno rumorose ma più profonde – dimostrano che uno shōnen può essere coinvolgente, maturo e influente senza ricorrere all’oggettificazione sistematica. Quando lo sguardo cambia, cambia anche la qualità della narrazione. E forse è proprio da qui che vale la pena ripartire: non dal chiedere meno corpi, ma dal pretendere più storie che sappiano guardarli senza consumarli.

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