Corpi fuori misura: la cultura della grassofobia

di Silvia Sbaraglia

Il corpo come campo di battaglia

C’è un momento, quasi impercettibile, in cui lo sguardo altrui smette di essere neutro. Succede in una vetrina, davanti allo specchio di un camerino, nel commento distratto di un amico o nel silenzio di chi devia gli occhi. È in quel preciso istante che il corpo smette di appartenere a chi lo abita e diventa terreno di giudizio, misura di valore, oggetto politico.

La grassofobia, termine che può ancora suonare aspro alle orecchie di chi non l’ha mai subito (o anche inesistente), non è soltanto un pregiudizio estetico: è una forma di discriminazione sistemica che attraversa linguaggio, cultura, medicina e relazioni sociali. È il riflesso di un’idea di normalità costruita intorno alla magrezza come sinonimo di controllo, virtù, successo. E di conseguenza, di un corpo grasso come segno di debolezza, eccesso o fallimento.

Viviamo in una società che ha fatto del corpo un dispositivo di potere e del peso un parametro morale. Le immagini che scorrono nei feed digitali, le pubblicità che promettono leggerezza, le diete che si travestono da “stili di vita”: tutto concorre a rendere invisibili le persone che non corrispondono al modello imposto. Ma invisibili non significa assenti.

In questo panorama di corpi controllati e disciplinati, la voce di Marianna The Influenza ha rotto il mio personale silenzio. In che senso? Grazie al suo lirbro “Nera con forme”, mi sono resa conto di una cosa che mai avrei immaginato di interiorizzare a tal punto da non vederla. Oltre ad essere una vittima di grassofobia, in quanto donna grassa e portatrice di un corpo fuori dalla consuetidune sociale, non mi ero resa conto di essere io stessa grassofobica, di avere io stessa uno sguardo con un filtro imposto dall’influenza dell’ideologia della società odierna.

Alla prima reazione di stupore è seguita la volontà di decostruire questo automatismo, e vi assicuro che non è affatto facile riuscire a scrolalrsi di dosso anni e anni e anni di parole, occhi giudicanti e facce dall’altro lato.

Parlare di grassofobia, oggi, per me significa interrogarsi sul nostro sistema culturale che non tollera la differenza, ma la maschera con la retorica dell’inclusività. Significa riconoscere che il corpo non è un semplice involucro, ma il primo luogo in cui si esercita — o si subisce — il potere.

Radici culturali della grassofobia

Non si deve dimenticare che la paura del corpo grasso non nasce nel presente, ma affonda le proprie radici in secoli di trasformazioni simboliche, economiche e morali, che hanno progressivamente ridefinito ciò che la società considera “bello”, “giusto” o “accettabile”.

Nell’antichità e fino a buona parte dell’età moderna, il corpo prospero era segno di salute, fertilità, abbondanza. Nell’arte rinascimentale, le forme generose raccontavano una femminilità piena e vitale, incarnata da figure che esprimevano potenza e desiderio. Poi, lentamente, qualcosa cambia: con l’avvento della borghesia e del capitalismo industriale, il corpo inizia a essere letto come un indice morale, un luogo in cui si riflette la disciplina dell’individuo. Essere magri diventa una virtù, una prova di autocontrollo.

Nel corso del Novecento, la cultura dei consumi consolida questa visione, trasformando la magrezza in un ideale universale. Le riviste di moda, la pubblicità e successivamente la televisione cominciano a riprodurre un unico modello corporeo — bianco, snello, giovane — e a suggerire che la felicità sia una questione di centimetri. Il corpo smette di essere vissuto e viene gestito, plasmato, corretto. L’eccesso di carne diventa un disordine da contenere, una colpa da espiare attraverso l’allenamento, la dieta, la chirurgia.

La grassofobia si consolida, così, come forma di controllo sociale, alimentata da una moralità che confonde salute e virtù, bellezza e conformismo. Non si tratta solo di un gusto estetico, ma di un dispositivo culturale che separa chi merita visibilità da chi deve nascondersi. E mentre il corpo magro diventa simbolo di successo, quello grasso viene relegato ai margini, ridotto a caricatura o ammonimento.

Dietro la promessa di benessere, c’è una narrazione che punisce il disordine, l’imperfezione, l’eccesso. Un racconto collettivo che ci insegna a guardare i corpi altrui con sospetto, e il nostro con vergogna. È da questa eredità — sottile, persistente, interiorizzata — che nasce la grassofobia contemporanea: non come atto di odio dichiarato, ma come abitudine culturale profondamente radicata nel modo in cui pensiamo, parliamo e ci guardiamo.

Lo stigma sociale e la salute mentale

In questo contesto, negli automatismi di cui spesso non ci rendiamo, nasce lo stigma sociale di cui, senza rendercene conto, siamo portatori quotidiani. La grassofobia non vive solo nelle discriminazioni esplicite, ma nelle microaggressioni quotidiane che frammentano l’autostima e costruiscono una forma di disagio silenzioso. È la battuta “ironica” sull’aspetto, la preoccupazione travestita da cura — “lo faccio per la tua salute” — o la promessa implicita che, una volta dimagriti, tutto andrà meglio. 

Lo stigma sociale funziona come un filtro: determina come veniamo visti e, con il tempo, come impariamo a vederci. Chi cresce sentendosi “troppo” — troppo grande, troppo visibile, troppo fuori misura — finisce spesso per interiorizzare quel giudizio, per farsi piccolo, per chiedere meno spazio. È una violenza sottile, ma persistente: quella di chi impara a chiedere scusa per il proprio corpo.

Le conseguenze della grassofobia e dello stigma si insinuano nelle pieghe della vita quotidiana, fino a plasmare il modo in cui si pensa, si mangia, ci si muove. Il corpo diventa un progetto da correggere, una promessa di valore futuro: “quando sarò diverso, potrò vivere davvero”.

L’effetto è una costante sensazione di inadeguatezza che alimenta ansia, depressione, disturbi alimentari. Ma ciò che rende tutto più insidioso è la normalizzazione del disagio: la società insegna a percepire la sofferenza come segno di volontà, la fame come disciplina, il dolore come virtù. E così, la violenza estetica si traveste da responsabilità personale.

Il corpo come spazio politico

Viene da sé, in virtù di quanto constatato fin qui, la riflessione altra del corpo come spazio politico. Ogni corpo occupa spazio, ma in questa società dell’immagine, a quanto pare, non tutti i corpi hanno il diritto di farlo. La visibilità, di conseguenza, non è mai neutra: è concessa, negoziata, talvolta revocata. Il corpo grasso, in particolare, continua a essere percepito come un’invasione, un eccesso che disturba l’ordine visivo e morale del mondo. Per questo, esistere pubblicamente in un corpo non conforme è già un atto politico.

La grassofobia non si limita a ridicolizzare o a escludere: disciplina. Impone regole di comportamento, di abbigliamento, di postura. Decide quanto spazio si può occupare in un autobus, su uno schermo, in un discorso pubblico. Chi si ribella a queste regole — scegliendo di mostrarsi, di vestirsi come vuole, di raccontarsi — compie un gesto di resistenza che scardina il linguaggio stesso del potere.

Nel corso degli ultimi anni, i social media hanno amplificato questa lotta per la rappresentazione. Da Instagram a TikTok, corpi diversi hanno iniziato a mostrarsi con fierezza, riappropriandosi di ciò che per troppo tempo era stato nascosto. Ma la rete è un campo ambiguo: accanto alla celebrazione dell’autenticità, si è fatta strada una versione edulcorata e commerciabile della body positivity. Il messaggio originario — il diritto a esistere senza essere giudicati — è stato spesso sostituito da un’estetica del “sentirsi bene” che serve più al mercato che alle persone.

L’industria della moda e della comunicazione, da parte sua, ha imparato a includere selettivamente: qualche corpo “curvy” in copertina, una campagna pubblicitaria dall’aria progressista, la promessa di un nuovo canone più inclusivo. Ma l’inclusione, quando resta solo immagine, rischia di trasformarsi in una nuova forma di esclusione: quella che finge di accogliere, ma continua a dettare le regole.

Oltre il body positive: verso una cultura del rispetto

Negli ultimi anni, il linguaggio della body positivity ha conquistato spazi, copertine, campagne pubblicitarie. “Amati così come sei” è diventato un mantra popolare, una formula rassicurante che invita all’accettazione di sé. Ma dietro la patina di ottimismo, il movimento ha mostrato presto i suoi limiti: chiedere a chi è escluso di “amarsi” non basta, se il mondo continua a trattare quel corpo come sbagliato.

Per questo, molte voci attiviste e autrici hanno iniziato a parlare di body neutrality, una prospettiva diversa e più radicale: non l’obbligo di amare il proprio corpo, ma la possibilità di viverlo semplicemente come parte di sé, senza che debba essere continuamente valutato o celebrato. La neutralità non è indifferenza, è libertà. Significa non dover pensare al corpo come a un progetto estetico o morale, ma come a un’esistenza. Non ogni corpo deve essere bello: ogni corpo deve poter essere.

In questo passaggio — dal “devo amarmi” al “posso esistere” — si apre un orizzonte politico più ampio, che interroga la società nel suo insieme. Perché il problema non è l’autostima individuale, ma le strutture che alimentano la discriminazione.

L’urgenza di un cambiamento collettivo si manifesta qui, nella necessità di trasformare i linguaggi e gli sguardi. Serve un’educazione che insegni la diversità corporea come fatto naturale, non come eccezione. Servono media capaci di restituire rappresentazioni plurali, senza ridurre i corpi non conformi a simboli o a campagne temporanee. E servono istituzioni che comprendano come la grassofobia non sia un tema di costume, ma una questione di giustizia sociale.

Solo in un contesto collettivo di responsabilità condivisa la body neutrality può diventare realtà: quando smetteremo di chiedere ai corpi di essere belli per poter essere accettati, e cominceremo a riconoscerli come la forma concreta della nostra umanità.

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