Perché Sanremo è Sanremo? Nascita ed evoluzione del Festival come rito collettivo e specchio di un’Italia che cambia – Prima parte
di Lucia Caputo e Chiara Mozzoni
Il Festival di Sanremo è nato nel 1951 dal guizzo dei gestori dello storico Casinò dell’omonima cittadina ligure, con l’intento di ravvivare il turismo durante la stagione invernale e attrarre visitatori. La seconda guerra mondiale aveva messo in ginocchio il Paese, lasciando ferite profonde anche negli animi della popolazione. L’Italia postbellica doveva rinascere dalle proprie macerie e dare agli italiani la possibilità di immaginare un futuro diverso.
La prima edizione del Festival di Sanremo si è svolta dal 29 al 31 gennaio ed è stata trasmessa interamente in diretta radiofonica. A condurre la manifestazione, Nunzio Filogamo, che ha aperto la serata con il celebre saluto: «Miei cari amici vicini e lontani, buonasera ovunque voi siate». La frase era già stata pronunciata in un’altra trasmissione radiofonica, ma nell’immaginario collettivo è rimasta per sempre legata alla nascita del Festival della canzone italiana. La kermesse aveva luogo nel salone del Casinò, dove il pubblico assisteva allo spettacolo seduto ai tavolini, consumando la cena. Alla prima edizione hanno preso parte soltanto tre interpreti: Nilla Pizzi, il Duo Fasano e Achille Togliani, che si sono alternati nell’esecuzione di venti brani. A trionfare è stata Nilla Pizzi con Grazie dei fiori. Curiosamente, alla proclamazione della vincitrice mancavano proprio i fiori e per l’occasione sono stati raccattati alcuni garofani appassiti da offrire alla cantante. Nilla Pizzi ha vinto anche l’edizione successiva, conquistando primo, secondo e terzo gradino del podio con Vola colomba, Papaveri e papere e Una donna prega. Alla terza edizione il numero degli interpreti è salito a otto e i tavolini hanno lasciato spazio alla platea.
La manifestazione canora ha saputo intercettare il bisogno di normalità condiviso dagli italiani; nato con la radio, il Festival della canzone italiana sembrava promettere già bene, ma con l’arrivo della televisione, nel 1955, si stava trasformando in un vero e proprio fenomeno di costume, lo specchio in cui l’Italia imparava a riconoscersi. Erano ancora in pochi ad avere la televisione in casa, ma Sanremo riuscì comunque a permeare nella quotidianità degli italiani. Ci si riuniva nei bar e nelle osterie per sentirsi parte di un’Italia in evoluzione. Il Festival stava diventando un collante sociale, un rito collettivo capace di unire l’intero stivale.
In un Paese governato dalla Democrazia Cristiana, saldamente ancorato a un clima politico e morale conservatore, Nunzio Filogamo, sospettato di omosessualità, è stato sostituito dal giornalista Armando Pizzo, affiancato dall’annunciatrice Maria Teresa Ruta, zia dell’omonima presentatrice. A vincere la prima edizione televisiva è stato Claudio Villa, il primo cantante a esibirsi in playback a causa di una violenta laringite, che gli avrebbe altrimenti precluso la partecipazione. L’uso del playback, nato per necessità, diventerà negli anni ottanta prassi consolidata, tanto che artisti come Freddie Mercury e Vasco Rossi si ribelleranno a questa imposizione: il re dei Queen canterà allontanando il microfono dalla bocca, il “Blasco”, lascerà il palco dell’Ariston durante la sua esibizione mentre la sua voce continuava a intonare Vita spericolata.
Nel 1958 Domenico Modugno, con le braccia spalancate durante l’esecuzione di Nel blu dipinto di blu ha cominciato a rompere schemi e sovrastrutture: fino ad allora i cantanti si esibivano quasi sempre immobili, con le braccia lungo i fianchi, mentre Modugno viveva fisicamente la canzone, incarnando la libertà e l’ottimismo di quegli anni. Il gesto rivoluzionario di Modugno anticipava l’ondata di innovazione che avrebbe attraversato il decennio successivo, cavalcata dal “molleggiato” che nell’esibizione di 24mila baci del 1961 canterà di spalle alla platea; questo gesto ribelle e anticonfornmista lo consacrerà come icona.
Gli anni sessanta sono stati gli anni del boom economico: la produzione industriale cresceva, nelle case degli italiani più abbienti cominciavano ad arrivare i primi elettrodomestici, la società stava cambiando e con essa il modo di pensare, di vivere e di divertirsi. In questi anni hanno debuttato sul palco di Sanremo artisti destinati a scrivere la storia della musica italiana, come Mina, Adriano Celentano, Giorgio Gaber, Little Tony, Ornella Vanoni e Gino Paoli. Alla conduzione ha fatto il suo esordio Mike Bongiorno, che nel corso della sua carriera ha presentato undici edizioni.
L’edizione del 1967 è stata segnata tragicamente dal suicidio di Luigi Tenco, in gara con Ciao amore, ciao, un evento che ha infranto l’illusione di Sanremo come vetrina patinata del successo e messo a nudo la fragilità e la pressione dell’uomo dietro l’artista. Il suo corpo è stato ritrovato senza vita nella sua camera d’albergo, lasciando una macchia nera nella storia del Festival e un amaro ricordo nell’opinione pubblica. Negli stessi anni ha debuttato come conduttore Pippo Baudo, che nel tempo ha presentato tredici edizioni, stabilendo un record.
I mitici anni sessanta hanno visto anche la prima e unica esibizione al Festival di Lucio Battisti, classificatosi al nono posto con il brano Un’avventura, scritto nel sodalizio con Mogol.
Negli anni settanta, la musica non era più puro intrattenimento, ma iniziava a dare voce alle tensioni politiche e sociali e ai mutamenti culturali che attraversavano il Paese. La semplicità e la compostezza degli abiti cede il passo a uno stile audace con pantaloni a zampa di elefante, colori sgargianti e stampe psichedeliche, espressione di una nuova libertà generazionale.
Nel 1977 la kermesse canora viene spostata dal Casinò al Teatro Ariston, destinato da quell’anno a divenire la sua sede stabile e per la prima volta viene trasmessa a colori. Oltre ai primi complessi, emerge con forza il cantautorato, con nomi come Rino Gaetano, che con la canzone Gianna, nel 1978, ha sdoganato la parola sesso sul palco dell’Ariston. Lo stesso anno ha segnato il debutto a Sanremo di Anna Oxa, che presentandosi in vesti androgine, ha suscitato le prime polemiche della sua carriera, polemiche che torneranno nel 1988, quando esibirà l’ombelico e nel 1999, quando salirà sul palco con il tanga in vista, diventando il simbolo dell’emancipazione femminile.
Gli anni Ottanta sono stati un decennio frizzante, segnato da nuovi ritmi, tendenze e linguaggi espressivi, in cui la musica italiana si apre a influenze internazionali. L’Italia vive il boom dei consumi, la televisione e i media influenzano sempre più i costumi, e la moda diventa un linguaggio di identità e provocazione. In questo decennio si consolida anche il ruolo della donna, che comincia ad assaporare la libertà e l’indipendenza che con fatica e sacrificio aveva conquistato. Sanremo rispecchia appieno questi mutamenti: nel 1986 Loretta Goggi è la prima donna a condurre il Festival, mentre Loredana Bertè crea scandalo, esibendosi con un finto pancione durante l’interpretazione di Re. La rockstar italiana trasforma il proprio corpo in mezzo espressivo per lanciare messaggi e sfidare stereotipi. La performance, studiata e riuscita, ha scatenato polemiche fino alla rottura del suo contratto discografico.
L’edizione del 1988, vinta da Perdere l’amore di Massimo Ranieri, viene ricordata per un altro motivo: durante la diretta, tra le 21:50 e le 21:59, la trasmissione è stata interrotta per mandare in onda la gara olimpica di Alberto Tomba che in quel momento ha conquistato il suo secondo oro. Il pubblico dell’Ariston si alza in piedi in una vera e propria ovazione, trasformando la serata in uno spettacolo nello spettacolo e dimostrando come Sanremo sia molto più che una gara canora, un vero e proprio catalizzatore della vita, delle emozioni e dei desideri degli italiani.
A chiudere il decennio, il 1989 segna il trionfale ritorno di Mia Martini, che sul palco dell’Ariston interpreta Almeno tu nell’Universo, canzone destinata a diventare un classico della musica italiana. Il brano, scritto da Bruno Lauzi e Maurizio Fabrizio, si classificherà al nono posto ma vincerà il Premio della Critica a lei dedicato.
Negli anni Novanta il Festival di Sanremo ha smesso definitivamente di essere soltanto una gara canora ed è diventato un grande dispositivo narrativo collettivo, lo specchio inquieto del nostro Paese. In un’Italia attraversata dalla fine delle grandi narrazioni politiche, dal crollo delle certezze ideologiche e dall’irruzione della televisione commerciale, il palco dell’Ariston si stava trasformando in uno spazio simbolico in cui musica, costume e identità collettiva si osservavano e si riscrivevano a vicenda. Sanremo non dettava più solo mode musicali ma intercettava fratture generazionali e registrava mutamenti del linguaggio emotivo, facendosi palcoscenico di una nuova sensibilità, sicuramente più esposta e più fragile.
Accanto alla persistenza della “canzone all’italiana” – melodica, narrativa, rassicurante — emergevano infatti nuove voci, interpreti di una realtà storica che si preparava al nuovo millennio: si ricorderanno, a tal proposito, l’urgenza espressiva di Enrico Ruggeri con Mistero, la solitudine esistenziale e sentimentale dei Pooh in Uomini soli, l’intima delicatezza di Giorgia in Come saprei o l’esordio travolgente di una giovanissima Laura Pausini – che cantava La solitudine – vittima di una delusione amorosa.
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