L’oro del Reno: un viaggio nella geografia romagnola dell’assurdo
di Chiara Fusar Bassini
Qualche tempo fa è uscito al cinema un film molto bello su cui ci sarebbe davvero tanto da scrivere. Si tratta de L’oro del Reno (2025) di Lorenzo Pullega, giovane regista che, alla sua opera prima, dimostra già di essere una promessa del cinema italiano.
Il film ha un approccio documentaristico e vuole rendere protagonista il fiume Reno che scorre in Emilia Romagna, omonimo del celebre rivo della mitologia celtica. Tramite gli occhi di un regista-fantasma, incaricato da un circolo locale di girare un documentario, si segue il corso d’acqua dalla sorgente appenninica alla foce adriatica. Mentre il regista comincia le riprese, sempre alla ricerca del taglio narrativo perfetto da dare al girato, finisce con il rappresentare tutte le creature che hanno popolato quelle rive e il loro vissuto intersecato con il paesaggio, nel passato e nel presente.
La strategia metanarrativa si avvale infatti del genere del mockumentary, permettendo a Pullega, che a tratti si confonde con la figura del regista-fantasma protagonista, di giocare con diversi piani della narrazione: la cornice del documentario e, a cascata, tutte le storie secondarie che ne derivano, dai flashback di personaggi misteriosi alle digressioni su leggende popolari, dai racconti del passato a improbabili sequenze ironiche su soggetti realmente esistenti, come il Popolo del Sole.
In uno strambo rapporto sempre al limite della finzione, i personaggi agiscono come riflessi delle storie e delle atmosfere del Reno. Più che possedere un simbolismo individuale, essi incarnano – insieme agli ambienti in cui sono immersi – l’identità stessa del fiume, il quale, quasi fosse una sorta di caleidoscopio narrativo, proietta sulle sue sponde tutte le figure che lo hanno attraversato: contesse eccentriche, kayakisti della domenica, hippie in pensione e spose disperate.
Si può in alcuni casi parlare di fantasmi, non nel senso di creature mostruose, bensì di presenze che convivono in luoghi carichi di un vissuto che non può essere cancellato, ma anzi si tramanda nella geografia del luogo. Si passa dai giapponesi che attraversano il fiume come i vichinghi sulle loro drakkar, convinti che Wagner si sia ispirato al Reno romagnolo nella sua celebre opera Das Rheingold del 1869 (è a questa che rimanda il titolo stesso del film), fino ad arrivare all’inquietante presenza degli spiriti dei quattro bambini annegati nelle acque del torrente, la cui storia è da decenni un monito tramandato dalle nonne ai nipoti che giocano lungo la riva.
L’atmosfera cupa e angosciante è resa anche dalla forte componente religiosa che caratterizza due particolari sezioni dell’opera, le quali mostrano una forma di religiosità radicata tanto nei luoghi quanto nelle funzioni rituali. La scena del battesimo della comunità africana sulle rive del fiume riprende l’immagine evangelica di una sacralità profondamente legata alla collettività, in cui il rito ha luogo nell’acqua che purifica i peccati. D’altra parte, nella città di Bologna, dove il Reno scorre sotto il cemento delle strade, emerge la dimensione quasi superstiziosa della religione nell’atto di preghiera delle donne urlanti e piangenti all’interno della cripta sotterranea.
Tuttavia, le scene più cupe e oscure del film sono perfettamente calibrate e bilanciate da atmosfere vivaci e luminose. Emblema di queste ultime è il Popolo del Sole, una comunità hippie di uomini e donne in pensione che si riunisce quotidianamente sulle rive del fiume per prendere il sole. La vista dei loro corpi anziani potrebbe in prima battuta stonare con l’atmosfera edonistica, apparendo bizzarra o al limite della forzatura. Eppure, la loro esistenza come gruppo reale è simbolo di una vitalità libera che si spinge oltre le convenzioni sociali e al di là di ogni possibile pregiudizio: questa comunità orizzontale paradossalmente si fa portavoce di un nucleo centrale del film e lo attraversa verticalmente. Il regista stesso ha raccontato che in origine l’opera doveva essere incentrata proprio sul Popolo del Sole, nel quale si era imbattuto un giorno, passeggiando nei pressi di casa sua.
Pullega non si limita a osservare, ma decide di trattare la realtà come base minima da raccontare, seguendo come affluenti tutte le storie che scorrono a partire dal Reno. In questo modo approfondisce gli aspetti più bizzarri della storia romagnola unendoli alla tradizione popolare e alla leggenda metropolitana. Il risultato è un viaggio iperrealistico che arriva a toccare l’assurdo, una narrazione in cui gli elementi della realtà si fondono e si confondono con l’immaginazione. In una sorta di Odissea surreale, e per di più sovvertita, perché non è un viaggio diretto al luogo d’origine come in Omero, ma procede invece verso la foce. Lungo il percorso, il regista gioca costantemente con storie reali e inventate, mitologie del passato e false notizie, mettendo in scena un’epopea contemporanea che finisce con l’essere un percorso più nella potenza dell’immaginifico che nella realtà.
Giocando con l’estetica del classico film nostalgico su un passato che non c’è più, Pullega rappresenta il passato che continua a vivere attraverso il senso di fine. Luoghi come la villa rinascimentale o la distesa di campi inondati dalle esondazioni diventano emblemi di una dimensione del passato che respira e vive dopo la sua stessa scomparsa: “tutto svanisce, eppure rimane sempre” ha spiegato il regista. Guardare quest’opera lascia la sensazione di qualcosa che si dissolve quando si cerca di afferrarlo: le stesse storie riprendono leggende per reinventarle finché la memoria non sfuma nella finzione.
La scena più documentaristica del film è forse quella in cui un gruppo di donne, tra le quali due mondine ormai anziane, porta avanti insieme alle figlie la tradizione dei canti popolari. Si tratta di un momento corale di quieta intimità in cui, nonostante il ricordo delle amiche defunte, il tema della morte non stride con l’atmosfera solare, vitale e tutta al femminile. Eppure non è l’unica sequenza che affronta l’argomento del lutto, che ritorna infatti nelle quattro figure dei bambini annegati nel Reno: si tratta di un ricordo del regista legato a un fatto di cronaca reale avvenuto quando era ancora bambino.
Questa continua alternanza di luci e ombre è in realtà dosata con estrema precisione proprio per produrre un effetto di straniamento che è principalmente dovuto all’apparente incompatibilità tra la dimensione onirica e lunare e la vitalità calda e solare delle altre scene. Da un lato si hanno ambientazioni caratterizzate da armonia e leggerezza, dall’altro irrompono sequenze cupe, dove l’atmosfera si fa lunare e la dimensione onirica trascina lo spettatore in uno stato di sospensione tra mondo conscio e inconscio, quasi il fiume fosse un cantastorie misterioso che scatena la curiosità per l’occulto. Le immagini dei cercatori di oro e dei bambini affogati, in particolare, infondono una dose di inquietudine sufficiente a coinvolgere coloro che guardano. L’oro del Reno è un film che si ferma sulla soglia del mistero: c’è sempre un limite, che si tratti della pianura che contiene innumerevoli segreti o di Bologna che, pur apparendo una città vivibile e visibile, si rivela in realtà estremamente claustrale, oppure ancora del ninfeo all’interno di una villa rinascimentale bolognese pieno di statue di corpi maschili nudi. In quest’ultima scena, dall’iniziale atmosfera cupa, si cede poi il passo all’inseguimento della fanciulla nelle stanze vuote del palazzo, dove i primi raggi del sole creano un’illusione temporale, riportando la narrazione onirica a un presente e abbandonando i personaggi settecenteschi a un passato, forse alla finzione e alle sue leggende.
La stessa voce narrante è uno dei tanti fantasmi che popolano il film. Il fatto che Pullega non gli abbia dato un volto si inserisce nel piano di rendere il suo personaggio il meno importante possibile: la sua non-presenza è una dichiarazione della sua poca importanza. Di fatto la sua unica caratteristica è la curiosità verso quel mondo che con la telecamera tenta di ritrarre. La voce narrante, che appartiene a Neri Marcorè, è stata selezionata alla fine del progetto per poter sfruttare il timbro poco riconoscibile dell’attore proprio con l’intenzione di non dare un volto al regista-fantasma, rendendo la narrazione il più impersonale possibile. Di fatto, il personaggio ha un volto (quello di Pullega, coperto da una telecamera) solo al termine della scena in cui i ragazzi fanno il bagno nel torrente: lì il regista rompe la quarta parete e si inquadra nello specchio d’acqua mentre riflette sul mito di Narciso.
Alla fine di questo viaggio onirico si comprende qual è la vera ricchezza del Reno: forse non è poi così vero che il fiume romagnolo non condivide proprio nulla con il Reno delle leggende celtiche. In qualche modo anche l’Emilia Romagna ha, tra menzogna e realtà, una sua mitologia che si fa strada tra personaggi del passato e figure di fantasia, e delinea la geografia mistica delle sue sponde.
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