Homo sum, humani nihil a me alienum puto
di Altomare Distaso
Quando si parla delle “radici greco-latine” della nostra civiltà, si evoca spesso un’immagine rassicurante di stabilità, di continuità e di appartenenza a un’eredità unica. Ma dietro questa formula, tanto diffusa quanto riduttiva, si nasconde un grande equivoco: quello di aver isolato Grecia e Roma dal loro contesto storico, culturale e geografico, oscurando le reti inter e trans orientali entro le quali esse si sono sviluppate. La Grecia antica, infatti, non nacque come un blocco compatto e autosufficiente, ma come nodo di scambi, di contaminazioni e di incontri con l’Oriente, l’Egitto, la Persia, le civiltà del Levante: un vero e proprio mosaico di influenze. Anche la “latinità”, spesso pensata come il cuore compatto della romanità, fu in realtà un tramite di culture molteplici, un flusso di voci, forme e tempi intrecciati. La civiltà romana si è nutrita di elementi etruschi, greci, arabi, africani, iberici: una rete fluviale che ha costruito la pluralità di cui ancora oggi siamo eredi. Questa pluralità, però, è spesso rimossa dai nostri canoni scolastici e accademici, dalle storie della letteratura e delle arti, e persino dalla formazione delle nuove generazioni.
In questo senso, è illuminante la riflessione di François Jullien, nel saggio L’identità culturale non esiste (2018): la cultura, sostiene, è relazione, scambio, movimento. Tuttavia, come osserva Pioletti (2020), il punto non è negare le identità, ma comprenderle come realtà plurali e aperte, frutto di contaminazioni storiche positive. Le culture “altre” non sono un margine da tollerare, ma un tratto strutturante della nostra stessa identità: la relazione, fondata sul dia-logo, è ciò che genera nuove visioni, nuove sintesi, nuovi mondi. Il dialogo è da intendere come la parola che attraversa e si dirige verso un orizzonte non monolitico.
Questo sguardo aperto è ciò che Maurizio Bettini recupera in Homo sum. Essere “umani” nel mondo antico (2019), leggendo la Eneide di Virgilio non come epopea di conquista, ma come racconto di naufragio e di accoglienza negata. I naufraghi troiani in cerca di una nuova patria non sono diversi dai migranti di oggi; non semplici corpi ma persone in cerca di un porto sicuro. Sunt lacrimae rerum – ci sono lacrime nelle cose – scrive Virgilio: le tragedie umane del passato toccano ancora la nostra mente e il nostro cuore, se solo sappiamo guardare “più da vicino” (propius res aspice nostras).
E così, la voce di Didone – straniera fra stranieri, pronta ad accogliere Enea – torna a ricordarci il senso più profondo di humanitas. Come nel celebre verso della commedia di Terenzio homo sum, humani nihil a me alienum puto, l’umanità non è un concetto astratto ma un gesto concreto. Il corpo complesso e mirabile dell’umanità ha in sé la capacità di “impicciarsi” dell’altro, di lasciarsi toccare, di aprire un dialogo. Bettini mostra come questa “indiscrezione” sia la radice più autentica della convivenza e della con-fidenza, un ponte che unisce mondi, persone, differenze.
In un’epoca segnata da chiusure e paure, riscoprire le nostre radici significa allora riconoscerne la natura plurale e fluviale. Le culture non vivono in isole ma scorrono come fiumi che si incontrano; sulla base di tale consapevolezza che i classici spesso ci regalano e, in un mondo di assurdo silenzio dinanzi alla violazione del diritto internazionale, sarebbe straordinario pensare o anche solo spingersi verso una nuova idea di umanità: dialogica, accogliente, capace di guardare negli occhi chi arriva dal mare.
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