La violenza di genere come rappresentazione di potere
di Federica Vennitti
L’arte è da sempre uno degli strumenti di racconto storico più profondi e impattanti: le rappresentazioni, più o meno antiche, ci restituiscono frammenti di ciò che è stato e di ciò che continua a essere. È semplice riconoscersi nelle immagini, indipendentemente dalla loro età, perché molti gesti, azioni e pensieri del passato continuano a essere parte del nostro presente. L’immagine del passato risveglia in noi radici antiche che continuano a generare frutti nel nostro tempo: cambia la forma, ma l’origine resta immutata.
In queste giornate dedicate alla riflessione sulla violenza di genere, è necessario ricordare, grazie al potere dell’immagine, come essa sia stata normalizzata e utilizzata per rappresentare il potere di una sola parte dell’umanità. Possono sembrarci visioni lontane e sbiadite, come la parola “patriarcato”, che spesso percepiamo come un concetto superato. Eppure, se ci soffermiamo a pensarci, forse questi riferimenti non sono affatto distanti dalla nostra società, dal nostro modo di vivere e di pensare. L’immagine cambia forma, le parole si addolciscono pur non modificando il loro reale significato, i gesti si attenuano ma continuano a esistere.
Se oggi riconosciamo la violenza di genere come fenomeno circoscritto e misurabile, non possiamo dimenticare che prima di diventare numeri e percentuali, quelle persone hanno subito molti piccoli gesti, forse nascosti e deboli, ma decisivi. È necessario ricordare che nulla di tutto ciò è nato ora. Le radici di questa storia sono molto più profonde, e l’arte può aiutarci a ricostruirle, restando un eterno monito. Molti capolavori della tradizione occidentale raffigurano donne in momenti drammatici: rapimenti, sopraffazioni, violenze trasformate in immagini mitiche, estetizzate o divinizzate. Attraverso una lettura critica e di genere, scopriamo come la violenza sulle donne sia stata normalizzata, nascosta o reinterpretata come episodio eroico, romantico o inevitabile. La violenza di genere è stata a lungo un’espressione di potere e il simbolo più evidente delle società patriarcali: se oggi viene condannata pur continuando a esistere, in passato era spesso celebrata e narrata.
Potremmo citare molti archetipi artistici e filoni narrativi, ma dedicheremo questo spazio prezioso a uno dei “ratti” più rappresentati e mitizzati della storia: il ratto delle Sabine. La parola “ratto” può sembrare inusuale, ma nel diritto greco e romano anteriore a Costantino (320 d.C.) indicava un reato compiuto a scopo di libidine o matrimonio, implicando il rapimento di una persona; solo successivamente fu esteso a una violenza tramite sopraffazione fisica. In origine, il termine era riferito esclusivamente alle donne (oggi il codice penale lo estende a entrambi i sessi).
Questa associazione femminile nasce anche dal primo “ratto” della storia occidentale, che ha generato un filone artistico e, seguendo il mito, persino una civiltà: il ratto delle Sabine. I racconti sulla nascita di Roma, tramandati dagli autori antichi e ripresi nei secoli successivi, descrivono questo episodio tanto celebre quanto controverso. Secondo la tradizione, i Romani, inizialmente un popolo composto quasi solo da uomini, dovevano trovare un modo per assicurarsi una discendenza. Li guidava Romolo, figura forte e priva di scrupoli, lo stesso che — narra la leggenda — non esitò a eliminare il fratello Remo pur di affermare il proprio comando sulla nuova città.
Fu Romolo a orchestrare l’inganno che avrebbe garantito potere e continuità al suo popolo: organizzò giochi pubblici, una sorta di competizione militare e sportiva, invitando i popoli vicini. I Sabini, guidati da Tito Tazio, accettarono e giunsero a Roma con le loro famiglie. Altri centri del Latium Vetus aderirono allo stesso modo, ignari che quei festeggiamenti fossero il preludio a un agguato.
Quando gli ospiti si sentirono al sicuro, immersi nell’entusiasmo dei giochi, il piano si rivelò: i Romani assalirono gli invitati e sottrassero con la forza le loro donne — mogli, figlie, sorelle — compiendo ciò che oggi definiremmo senza esitazione una violenza di massa. Gli storici antichi cercarono di attenuare la brutalità dell’episodio, parlando di presunto consenso, ma il racconto, letto oggi, non lascia spazio a fraintendimenti.
Non è un caso che Romolo fosse ritenuto figlio di Marte, dio della guerra, né che il nome “Roma” richiami in greco il concetto di forza. Spogliato del velo mitico, l’episodio appare come una pagina poco gloriosa della storia delle origini: un atto brutale di dominio maschile, in cui le donne sono ridotte a trofei, a bottino di guerra.

Il parallelismo con il mondo animale è immediato: come i cervi che lottano per ottenere la femmina, così i Romani agirono secondo una logica primitiva di possesso, relegando le donne a una condizione passiva, costrette a subire la volontà del più forte. Ed è proprio questa vicinanza tra mito e istinto, tra narrazione eroica e realtà della violenza, a rendere urgente una riflessione su come arte e cultura abbiano raccontato — e spesso mascherato — episodi di sopraffazione. Quante volte abbiamo guardato questo tema in una tela o in una scultura, affascinati dalla tecnica, senza conoscere davvero la storia narrata?
Secondo Plutarco, le vergini rapite erano trenta, come le trenta fratrie romane. Altre fonti citano numeri diversi: 527 per Valerio Anziate, 683 per Giuba. L’unica donna di cui sia tramandato il nome è Ersilia, secondo alcune versioni moglie di Romolo; per altre, moglie di Ostilio e capostipite della Gens Hostilia.
Ovidio narra:
“Romolo dette il segno sospirato alla sua gente di buttarsi a preda… tremarono così quelle alla furia di tanti maschi.”
Ars Amatoria, I, 164–172

Si tratta di un episodio leggendario, impossibile da ricostruire pienamente, ma di cui possediamo immagini storiche e artistiche. Abbiamo racconti che lo definiscono un grande momento fondatore; abbiamo dipinti e sculture che lo raffigurano come un mito eroico. La realtà storica ci parla invece di un passato in cui la violenza era sinonimo di potere. Questo episodio, celebrato come eroico, è la prova di quanto fosse necessario ribadire il dominio maschile. Tale narrazione veniva addirittura replicata nella cerimonia matrimoniale romana: la sposa veniva simbolicamente “rapita” e strappata alla famiglia per entrare sotto la patria potestas del marito, reinterpretando il ratto delle Sabine.
Le più celebri rappresentazioni del tema si trovano nella pittura e nella scultura: dalle pennellate di Nicolas Poussin e Jacques-Louis David alle monumentali sculture di Giambologna. Numerosi altri episodi artistici mostrano violenze mascherate da scene mitologiche, religiose o storiche: Susanna e i Vecchioni, il ratto di Proserpina, Apollo e Dafne, fino a immagini di donne sorprese, intimidite o inseguite. Un immaginario che per secoli ha presentato la donna come corpo vulnerabile, oggetto di desiderio, talvolta preda legittimata dalla narrazione.

La violenza viene così estetizzata: resa accettabile, quasi invisibile, attraverso la bellezza. Il pubblico ammira la forma e dimentica il dolore. Questo meccanismo non è neutrale: plasma modelli culturali e normalizza l’idea di una donna soggetta al dominio maschile.
Rileggere l’arte attraverso la lente della violenza di genere non significa giudicare con criteri moderni opere nate in altri tempi, né sminuire la loro potenza. Significa riconoscere il contesto che le ha prodotte e comprendere come abbiano contribuito a creare narrazioni durature sulla figura femminile.
L’arte non è mai solo decorazione: educa, forma, costruisce immaginari. Osservare criticamente le immagini del passato ci permette di capire meglio il presente e promuovere una cultura che riconosca e contrasti ogni forma di violenza. Abbiamo oggi gli strumenti per leggere la storia in modo diverso, restituendo voce al dolore taciuto e al vissuto di figure femminili rappresentate per secoli come oggetti e non come soggetti.
Con uno sguardo più consapevole e critico, l’arte può diventare non solo memoria del passato, ma anche strumento di educazione, responsabilità e cambiamento. E in un presente che continua a riprodurre errori del passato, questo sguardo è più necessario che mai.
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