Il mondo che vorrei
di Maria Citarella
Care lettrici e cari lettori, a me questo mondo non piace. Dentro di me freme una voglia di cambiamento enorme, di vittoria, di libertà. Quando andavo a scuola, sia i professori che i miei compagni di classe mi dicevano che pensavo troppo in grande, che il mio mondo ideale era troppo utopico. Per un po’ anche io mi sono convinta che forse sognavo troppo, ero poco realistica. Poi ripensandoci su, mi sono detta che non è vero: semplicemente non ho perso la fiducia nella possibilità di un mondo migliore, ma perché?
Guardandoci intorno, effettivamente, è difficile essere positivi, guardare al bello, ridere e scherzare spensierati perché, volenti o nolenti, siamo circondati da pubblicità, post e notizie molto tristi e angoscianti. Il mondo in fiamme, femminicidi ogni tre giorni, genocidio di là, guerra di qua, crisi economica di giù, insomma, viviamo un’epoca abbastanza complessa.
A tal proposito, tempo fa un amico mi disse che lui non ci credeva più nel cambiamento, che non riusciva più a motivare sé stesso e i suoi amici; diceva di aver perso la speranza, ormai nulla era più recuperabile. Mi chiese come facessi io a rimanere sempre ottimista, a riuscire ad incoraggiare le persone attorno a me. Questa domanda mi spiazzò un po’, non mi ero mai sentita troppo positiva come persona, anzi, molte volte mi sentivo scoraggiata e non riuscivo a vedere la luce. Così gli risposi che non lo sapevo, semplicemente vedevo delle soluzioni che potevano essere concretizzate e questo mi portava a crederci e a non arrendermi.
Oggi, dopo qualche mese, mi rendo conto dell’importanza delle alternative che vedo, un mondo diverso è possibile non utopicamente ma concretamente e questa convinzione mi porta a crederci ogni giorno di più, anche nei momenti più bui.
In effetti, pensandoci, mi sono resa conto che questa speranza illimitata che sento deriva dalle alternative che trovo. Secondo me il cambiamento è possibile, possiamo invertire la rotta e imparare a convivere con la natura, a rispettare la libertà altrui, a costruire la pace.
È difficile, ma non è impossibile. Guardiamoci intorno: ci sono Paesi in cui le persone sono libere di essere se stesse, in cui i trasporti funzionano, i salari sono più alti, l’economia gira, le persone sono più felici. Guardiamo anche al passato, al bello del passato, e vediamo che tante cose sono cambiate, studiamo le rivoluzioni, i diritti, i trattati di pace, le unioni, la fratellanza e la sorellanza nati dai vari movimenti culturali.
È ovvio che il cambiamento richiede impegno, anni, secoli. È ovvio che non otterremo mai tutto dall’oggi al domani, dobbiamo lottare, essere presenti, impegnarci, metterci tutto il nostro sforzo, ma possiamo farlo perché è possibile. Non dobbiamo mai accontentarci, piuttosto continuare a cercare soluzioni concrete e migliori, anche nei momenti più difficili. Un mondo nuovo è possibile, dobbiamo crederci e concretizzare, quale potrebbe essere il primo passo?
Uno dei miei primi articoli per questo blog culturale, forse anche uno di quelli a cui tengo di più, si intitola “Educhiamo alla cura, non alla grandezza”. Scrivevo dell’importanza di creare un sistema educativo, anzi una vera e propria cultura, che fosse improntata sull’imparare a lasciare l’altro libero di essere sé stesso, in modo da con-vivere in questo mondo e non sopra-vivere.
Mi sono focalizzata molto sull’educazione perché spesso viene presa sottogamba: ci nascondiamo dietro un “sono fatto così” oppure “sono abituato a fare così”, senza porre l’attenzione sulla matrice dei nostri comportamenti.
Forse, l’esempio più immediato è la differenza di educazione tra uomo e donna. Da sempre siamo educati a pensare che le donne siano emotive, deboli e che gli uomini siano quelli forti, razionali, potenti. Ci viene insegnato che le cose sono così naturalmente, vale a dire indipendenti dall’intervento umano, biologiche.
Dall’altro lato, però, a noi da piccole davano il bambolotto da accudire, ai bambini le pistole giocattolo, a noi lo smalto, a loro un libro, a noi era richiesto silenzio e obbedienza, a loro forza. Loro non possono piangere, noi sì.
Guardando questi fattori, sembra quasi che questa differenza tra uomo e donna derivi più dal tipo di educazione, da quello che tramandiamo, piuttosto che da questioni biologiche. Questo tipo di educazione, poi, non si ferma all’infanzia, ma si radica in noi e i risultati si vedono: ci sono molte più donne, per esempio, che studiano psicologia, una materia legata al concetto di cura e, viceversa, ci sono più uomini nella facoltà di ingegneria, dove è richiesta logica e assenza di sentimenti. Ciò poi influisce sul lavoro, sulla società, sulla famiglia, su tutti i campi della nostra vita. E questo è solo un esempio dell’importanza e dell’effetto che l’educazione ha nella nostra società.
La nostra è una cultura che sopprime le emozioni, l’umanità, la natura e le diversità di ogni tipo. Stiamo andando verso un mondo egocentrato in cui ci sentiamo soli e senza speranza. Sempre di fretta per produrre capitale, sempre in ansia di non essere abbastanza cercando di rincorrere ideali disumani di bellezza e identità. Non c’è solidarietà, non c’è rispetto, non c’è cura del mondo e degli esseri viventi. Ma non è un problema irrisolvibile. Dobbiamo abituarci a cambiare direzione. Un po’ come l’uomo nel mito della caverna di Platone: è difficile uscire dall’oscurità e abituarsi al sole, i nostri occhi restano accecati, dobbiamo sforzarci di vedere le cose in un altro modo, ed è difficile, anche perché è uno sforzo quotidiano, costante, non basta farlo una volta sola, ma è possibile.
Come dicevo all’inizio, a me questo mondo non piace. Io sogno un mondo pieno di cultura, soldi investiti in sanità pubblica, ricerca, libertà e non in armi, guerre e conflitti. Vorrei vedere tutte le persone libere e sicure di esprimere se stesse nelle strade, di potersi liberamente sedere su una panchina ed esprimere il proprio modo di essere e il proprio amore, che sia con qualcun altro o per sé stessi. Vorrei vedere le donne libere sotto tutti gli aspetti. Vorrei vedere solidarietà e cittadinanza attiva. Immagino un mondo in cui il mio modo di essere venga considerato valido solo per il fatto di essere.
Non capirò mai chi sceglie l’odio piuttosto che l’amore, la guerra invece della pace e i confini al posto della libertà, ma dobbiamo cambiare rotta e creare un sistema educativo che parta dalle nostre emozioni e dalla convinzione che il cambiamento è possibile per vivere in libertà. Dobbiamo fare i conti con la nostra cultura, le nostre credenze e rimboccarci le maniche. È necessario partire da noi stessi, ascoltare la nostra interiorità e i nostri modi di essere. A partire dal nostro mondo interiore possiamo davvero cambiare il mondo, non dobbiamo arrenderci e avere paura. Ogni giorno dobbiamo scegliere di stare dalla parte giusta, fare il nostro per contrastare l’odio e la violenza, dobbiamo essere partigiane e partigiani quotidianamente. Possiamo e dobbiamo, d’altronde, questo è l’unico mondo che abbiamo.
Allora, care lettrici e cari lettori, non è utopia, è possibilità da concretizzare insieme.
Non perdiamo la speranza: educhiamoci insieme alla cura e non alla grandezza, ma educhiamoci anche alla libertà e al rispetto, non all’oppressione e all’omologazione. Un mondo diverso è possibile (e necessario!).
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