Avere vent’anni e cercare ancora un posto dove sedersi

di Marzia Valeriano

A vent’anni l’esistenza sembra un corridoio senza appoggi.

Non c’è ancora una forma compiuta, né un contorno davvero stabile: solo stanze provvisorie, ruoli che si indossano per un poco, identità che si provano come abiti lasciati sulle sedie di case affittate per caso, o per fortuna.

Si attraversa tutto con una rapidità imposta e una fragilità che non si può nominare, perché l’età pretende forza anche quando non c’è.

L’orizzonte è fatto di attese che nessuno spiega, di possibilità che brillano e si dissolvono nello stesso momento.

Si è troppo giovani per avere un passato da difendere, troppo adulte per essere scusate.

E intorno si avverte una pressione silenziosa: essere interessanti, essere promettenti, essere misurabili.

Essere qualcosa che rassicuri gli altri.

La condizione femminile a vent’anni è una coreografia imparata in fretta.

Si impara presto a sottrarre parti di sé per risultare meno ingombranti. A ridurre la voce, la fame, la rabbia, perfino la gentilezza, quando rischia di apparire debolezza.

Si sta in equilibrio su un confine che non è stato scelto: quello tra il desiderio di andare in scena e il timore di essere vista troppo.

Simone de Beauvoir scriveva che “ogni vita è un tentativo continuo di definire sé stessa.”

A vent’anni questo tentativo è più evidente, quasi crudele nella sua nudità.

Ogni gesto, ogni scelta, ogni deviazione sembra incidere un possibile futuro, e allo stesso tempo non promette nulla.

La definizione di sé è un lavoro che si compie nei dettagli, nel senso di inadeguatezza che affiora quando ci si accorge di essere sempre un passo prima o un passo dopo.

Cercare un posto dove sedersi non significa desiderare immobilità.

Significa desiderare un luogo in cui la complessità non sia un difetto da correggere, ma uno spazio da attraversare.

Un palco che non chieda continua disponibilità, continua brillantezza, continua prestazione.

Le ventenni cercano spazi che non esistono ancora, e nel cercarli li inventano, li rendono sicuri attraversandoli e pensandoli tali, riflettendone le ambiguità senza pregiudizi.

Costruiscono intimità nuove, forme di solidarietà sottili, comunità non dichiarate. Trovano riparo nella sorellanza, nelle famiglie non biologiche, nelle crepe che diventano soglie.

Sovviene però l’idea che in realtà la ricerca di un porto sicuro non sia l’obiettivo.

A vent’anni non si cerca davvero una collocazione: si misura la propria capacità di attraversare il mondo senza lasciarsi assorbire da ciò che non somiglia.

Nessun approdo, nessuna cornice rassicurante.

Forse quella strana costanza nel procedere, anche quando nessun ambiente sembra prevedere la tua forma.

A vent’anni non si cerca e non si chiede, si accade.

Sono variazioni, oscillazioni, piccole rivoluzioni silenziose che sfuggono alle categorie disponibili.

Non hanno bisogno di sedersi: hanno bisogno di non diventare comprimibili.

E forse l’unico punto fermo è proprio questo: non un luogo in cui sostare, ma un’eccedenza che nessuna struttura contiene.

Qualcosa che non è ancora nome, né destino, ma la prima, solida materia di ciò che verrà.

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