A tutte le donne: un inno d’amore e resilienza – oltre il 25 novembre

di Lucia Caputo

Il 25 novembre, Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, rischia di trasformarsi in un appuntamento civile ben pettinato, necessario, ma sovente svuotato del suo vero significato.  La violenza sulle donne non conosce ricorrenze, non attende cerimonie, né panchine, né scarpette rosse. Non possiamo pensare a un giorno per ricordare e dimenticare i restanti trecentosessantaquattro. Ogni giorno dovrebbe essere un’occasione per ripensare al ruolo della donna nella società, dai vertici dello Stato ai gesti quotidiani di mariti, padri, figli e donne stesse, che credono di essere al sicuro, perchépensano “non può succedermi nulla” e quelle che ogni giorno tremano dalla paura, ma indossano la maschera del coraggio. Ogni giorno dovremmo riflettere sulla donna, vittima di violenza, abusi e soprusi nei secoli; sulla donna violentata non solo nel corpo, ma nell’anima, sopravvissuta alle storia che più volte ha tentato di ripudiarla. La violenza sulle donne non segue un calendario, non attende che un’altra  venga uccisa, brutalmente e vilmente da chi diceva di amarla, da chi non ha accettato un rifiuto, o da chi, voleva liberarsene come si fa con i vestiti per fare spazio nell’armadio. Ogni giorno, non solo oggi, dovremmo impegnarci e negoziare gerarchie, disarmare linguaggi, e riconoscere la violenza anche quando non lascia lividi. 

È in questa prospettiva che risuona la poesia A tutte le donne. Alda Merini, con i suoi versi, restituisce lo scandalo del singolare. Nella sua poesia parla a tutte le donne e a ciascuna. La voce è intima, personale e insieme corale. È un sussurro che consola l’inconsolabile, ma anche un grido di verità che pretende di essere ascoltato. Le sue parole sono un rifugio per il dolore, ma anche un’arma tagliente, capace di incidere il “subìto” e restituirlo al mondo senza sconti. I suoi versi liberi rispecchiano la libertà e la personalità indomita di chi li ha scritti. Anche la forma dei suoi versi rigetta schemi rigidi e convenzioni, narrando la complessità che caratterizza l’universo femminile, senza compromessi. Non c’è mai vittimizzazione, ma lucidità e denuncia. La poetessa dei Navigli, tra le crepe della sua anima e della sua vita, tra bicchieri sbeccati e muri dipinti di numeri di telefono, che temeva di dimenticare, ha costruito la sua geografia di sopravvivenza, ostinata e imperfetta. Da quella marginalità apparente si è fatta strada la sua voce scritta, una voce che riguarda tutte, perché fatta della stessa fragile opulenta materia di cui siamo fatte noi donne.

Dal titolo A tutte le donne emerge la dimensione politica del testo, che non si limita a parlare delle donne ma con le donne, convocandole e riconoscendone l’ esperienza individuale e collettiva. Ogni espressione ossimorica nella poesia racconta la complessità che caratterizza  l’esistenza femminile. La donna è fragile e opulenta, porta con sé il dolore che l’ha piegata, ma in questo dolore si cela la ricchezza del suo vissuto, l’intensità dei desideri taciuti, la profondità dell’amore, la capacità di generare e resistere, di ricucire le ferite a denti stretti e di trasformare la sofferenza in un atto di forza. È matrice del paradiso, capace di generare e nutrire il mondo attorno a sé. La Merini pone la donna in una dimensione quasi ultraterrea, facendone una generatrice del sacro; eppure è un granello di colpa, persino davanti a Dio, il richiamo al peso del peccato originale e a quell’atavica narrazione in cui la donna viene caricata di responsabilità, punita per la propria curiosità, per il proprio desiderio, semplicemente per il semplice fatto di essere donna. E’ un granello minuscolo e insignificante, eppure, porta su di sé non solo la fatica quotidiana, ma anche il fardello morale e culturale di secoli di giudizi e condanne. Le donne hanno combattuto guerre sante per l’emancipazione. Ogni battaglia diventa una crociata, una missione nel tentativo di affermarsi in un mondo che prova a censurarle e dimenticarle. Con un’immagine potente e violenta, la poetessa richiama il mancato riconoscimento delle donne da parte di un sistema patriarcale e religioso, che ha spaccato la nostra integrità, frantumato la nostra dignità, ridotto in schegge di silenzio la nostra volontà di esprimerci e di essere pienamente noi stesse. Il residuo di questa violenza è uno scheletro d’amore, un’altra espressione ossimorica: lo scheletro, la carcassa, indica ciò che persiste e resiste, l’essenziale che sopravvive, mentre il superfluo, l’evanescente sparisce. L’amore, anche se ridottoall’osso, non viene cancellato. È una forza interiore, viscerale, che sopravvive anche quando tutto intorno muore; è un amore che grida giustizia, un atto di resilienza che non può essere ignorato. Anche il pianto, come l’amore non è passivo, ma una forma di conoscenza e di elaborazione. La donna, pur ferita, non smette di vivere, né di essere madre. La sua sopravvivenza si fa resistenza, radicamento e trasmissione. Quando il linguaggio manca dinanzi alle esperienze grandi, complesse e feroci, il silenzio non è resa,ma contemplazione: assorbe, accoglie e tramuta l’esperienza personale in un’esperienza cosmica. La donna diventa grande come la terra, che genera e innalza un canto d’amore, di speranza e affermazione universale, potente e sacro.

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