E se sul campo di battaglia ci fossero state anche loro? La storia delle guerriere giapponesi raccontata dall’archeologia

di Anna Barbariol

Per decenni ci siamo immaginati il Giappone feudale in un modo ben preciso: da una parte i samurai, uomini addestrati alla guerra e legati al codice del bushidō; dall’altra le donne, relegate quasi esclusivamente alla sfera domestica. È un’immagine che abbiamo assorbito attraverso il cinema, i romanzi e persino molti libri di storia. Ma cosa succede quando non sono più le cronache a raccontare il passato, bensì le ossa? Negli ultimi decenni alcuni ritrovamenti archeologici hanno iniziato a porre domande interessanti sul ruolo delle donne nei conflitti del Giappone medievale. Non si tratta di scoperte rivoluzionarie che riscrivono completamente la storia, né della prova definitiva dell’esistenza di eserciti composti da guerriere. Piuttosto, rappresentano un invito a guardare quel passato con maggiore attenzione, accettando che la realtà potesse essere più complessa di quanto abbiamo immaginato. Tra questi ritrovamenti ce n’è uno che continua ancora oggi a incuriosire storici e antropologi: il sito di Senbon Matsubara, nella prefettura di Shizuoka.

Un sepolcreto affacciato sul mare

All’inizio del Novecento, sulla spiaggia di Senbonhama, nei pressi dell’attuale città di Numazu, alcuni abitanti notarono che il mare e il vento riportavano alla luce resti umani. Le ossa vennero raccolte e sepolte nuovamente in un piccolo monumento commemorativo, un kubizuka, cioè un tumulo dedicato ai caduti. Per molto tempo quella rimase poco più di una tradizione locale. Si raccontava che quei resti appartenessero ai morti di una battaglia combattuta nella seconda metà del XVI secolo, durante il turbolento periodo Sengoku, quando i grandi clan giapponesi erano impegnati in continue guerre per il controllo del territorio. Solo molti anni dopo gli antropologi iniziarono a studiare sistematicamente quel materiale.

Lo studio di Hisashi Suzuki

Nel 1989 l’antropologo Hisashi Suzuki, dell’Università di Tokyo, pubblicò uno studio destinato a diventare un punto di riferimento per chi si occupa di antropologia del Giappone medievale. Analizzando i resti conservati nel tumulo, Suzuki stimò che appartenessero ad almeno 105 individui. Per arrivare a questa conclusione utilizzò soprattutto le ossa temporali del cranio, particolarmente utili per stimare il numero minimo di persone rappresentate nel deposito funerario. Lo studio descrive inoltre numerose lesioni provocate da armi da taglio e da punta: profonde incisioni compatibili con colpi di spada, perforazioni riconducibili a lance e altri traumi avvenuti al momento della morte. Si trattava quindi di individui deceduti in un contesto di violenza, molto probabilmente una battaglia. Ma fu un altro dato ad attirare l’attenzione della comunità scientifica. Sulla base dell’analisi osteologica dei crani, Suzuki ipotizzò che circa due terzi degli individui fossero uomini e un terzo donne. Non si trattava di un’analisi genetica – come ancora oggi viene spesso riportato in articoli divulgativi e post sui social – bensì di una stima ottenuta attraverso i metodi dell’antropologia fisica, osservando le caratteristiche morfologiche delle ossa. Può sembrare una differenza tecnica, ma è importante. L’archeologia lavora quasi sempre per probabilità e interpretazioni, non per certezze assolute.

Perché questa scoperta è così interessante?

Se quei resti provenissero da un castello assediato, la presenza di donne non sorprenderebbe particolarmente. Durante gli assedi, infatti, intere comunità trovavano rifugio all’interno delle fortificazioni e, quando necessario, anche le donne partecipavano alla difesa. Senbon Matsubara, però, racconta una storia diversa. Secondo la tradizione locale e secondo l’interpretazione proposta da Suzuki, il sito sarebbe collegato a uno scontro combattuto in campo aperto tra le forze dei clan Takeda e Hōjō nella seconda metà del Cinquecento. In un contesto del genere, la presenza di un numero significativo di resti attribuiti a individui di sesso femminile pone inevitabilmente alcune domande. Quelle donne erano presenti sul campo di battaglia? Avevano un ruolo attivo nel conflitto? Oppure esiste una spiegazione diversa che ancora non conosciamo? Lo stesso Suzuki invitava alla prudenza, ma osservava che l’assenza di un castello nelle immediate vicinanze rendeva il ritrovamento particolarmente significativo.

L’archeologia raramente offre risposte semplici

Uno degli aspetti più affascinanti di questa vicenda è che non esiste una conclusione definitiva. Le ossa raccontano molto, ma non raccontano tutto. Possono mostrare l’età di una persona, alcune caratteristiche biologiche, le malattie che ha sofferto e perfino le ferite riportate prima della morte. Possono suggerire il sesso biologico attraverso l’analisi morfologica dello scheletro. Ma non possono dirci quale fosse il ruolo sociale di quell’individuo, né se impugnasse abitualmente un’arma. Per questo motivo gli archeologi evitano affermazioni categoriche. Piuttosto, mettono insieme ogni indizio disponibile: il luogo del ritrovamento, il tipo di sepoltura, le lesioni sulle ossa, il confronto con altri siti medievali e le fonti storiche. È proprio dall’incrocio di queste informazioni che nasce l’ipotesi secondo cui la partecipazione femminile ai conflitti armati potrebbe essere stata più frequente di quanto raccontino le cronache dell’epoca.

Le cronache parlano già di donne guerriere

In realtà, l’archeologia non è isolata. Le fonti storiche ricordano figure come Tomoe Gozen o, diversi secoli più tardi, Nakano Takeko. Certo, non tutte le cronache hanno lo stesso valore documentario e alcune mescolano storia e letteratura. Tuttavia dimostrano che l’idea della donna guerriera non era estranea alla cultura giapponese. Gli scavi di Senbon Matsubara non “dimostrano” che tutte quelle donne fossero samurai, né che gli eserciti medievali fossero composti in larga parte da combattenti femminili. Semmai aggiungono un tassello concreto a un quadro che, negli ultimi decenni, è diventato sempre più articolato. Anche lo storico Stephen Turnbull, tra i maggiori studiosi della storia militare giapponese, considera il ritrovamento di Senbon Matsubara uno degli elementi archeologici che confermano la presenza delle onna-musha sui campi di battaglia, pur invitando a evitare generalizzazioni.

Più che riscrivere la storia, completarla

Forse la lezione più interessante di Senbon Matsubara non riguarda soltanto le donne.Riguarda il modo in cui costruiamo la memoria del passato. Per molto tempo la storia delle guerre è stata raccontata quasi esclusivamente attraverso le imprese dei grandi comandanti. L’archeologia, invece, restituisce voce anche a chi non ha lasciato cronache o memorie scritte. Un cranio segnato da un colpo di spada, una ferita mai guarita, una sepoltura collettiva affacciata sul mare: sono frammenti silenziosi che costringono gli studiosi a rimettere in discussione convinzioni consolidate. Forse non sapremo mai chi fossero davvero tutte le persone sepolte a Senbon Matsubara. Ma proprio questa incertezza rappresenta il valore della ricerca scientifica: non offrire risposte sensazionalistiche, bensì aprire nuove domande. E tra queste domande ce n’è una che continua ad affascinare storici e archeologi: quante donne hanno combattuto nel Giappone medievale senza che il loro nome arrivasse fino a noi?

Loading

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Compila questo campo
Compila questo campo
Inserisci un indirizzo email valido.
Devi accettare i termini per procedere