Che la violenza non sia più un’abitudine

di Maria Citarella

“Abitudine” deriva dal latino, habĭtus, termine che sostanzialmente sta ad indicare un modo di essere che si ha, qualcosa che ci è solito, un abito da indossare che diventa la nostra pelle e che finiamo per acquisire e perpetuare nel corso della vita, a volte senza nemmeno rendercene conto. Anzi, è più probabile che ci rendiamo conto di essere abituati a qualcosa proprio nel momento in cui cerchiamo di disabituarci ad essa o quando entriamo in contatto con abitudini diverse dalle nostre. L’abitudine è quel muoverci nel mondo secondo dinamiche ripetitive, è ciò che ci fa sentire sicuri e “a casa”, è quel “si fa così” o “perché è così”. 

Nelle nostre abitudini, nel nostro “essere fatti così”, però, ci sono dinamiche disfunzionali che portiamo avanti da secoli. Una tra queste riguarda proprio l’abito che indossiamo quando cerchiamo di essere “un uomo” o “una donna”. Siamo abituati a vedere rappresentati nell’arte, nei film, nei social, nelle pubblicità, ovunque modelli di un certo genere e li abbiamo portati avanti, almeno fin quando il movimento femminista ha iniziato a voler uscire da questi schemi, evidenziando e lottando, anche per far sì che la violenza all’interno di una coppia non fosse più considerata normale, o “solo gelosia”. Riflettendone, ho provato un senso di profonda gratitudine per il movimento femminista perché è stato ciò che ha dato inizio allo svelamento delle dinamiche di oppressione a cui siamo talmente abituati da non rendercene conto. La nascita del femminismo come movimento filosofico (in Italia facciamo ancora difficoltà a vederlo come filosofia, ma ce la faremo) ha contribuito alla lettura della realtà, portando alla luce l’essere del mondo. 

Per questo, al femminismo dobbiamo tanto: grazie ad esso oggi riusciamo a riconoscere quando c’è violenza e oppressione dove prima c’era solo abitudine e normalità. È stato un movimento di una portata incredibile, forse non ancora ce ne rendiamo conto perché stiamo ancora lottando, ma le battaglie che ha messo in campo sono rivoluzioni che possono cambiare un mondo violento e ingiusto in uno in cui tutti gli esseri viventi (non solo umani) possano coesistere, non dovendo rinunciare alla propria autodeterminazione. È una strada molto lunga, dobbiamo lottare ancora, ma oggi, almeno in Italia, possiamo parlarne e dobbiamo farlo. Non sempre le donne hanno avuto possibilità di esprimersi, ci sono ancora difficoltà evidenti, ma dobbiamo far sentire la nostra voce, dobbiamo scrivere di violenza, parlarne, che sia con un’amica, con una classe a scuola o in una conferenza, dobbiamo portare il femminismo ovunque affinché sia chiaro anche alle pietre che l’amore non fa male, che l’amore non è geloso, ma è libero, è libertà di scelta, di autonomia, è libertà di esistere. 

Dobbiamo portare il femminismo ovunque perché, anche se meno rispetto a prima, facciamo ancora difficoltà a distinguere ciò che è violenza da ciò che è “naturalmente così”, ciò che è oppressione da ciò che è giusto. Molte donne subiscono violenza e non si rendono conto di essere vittime perché lo reputano normale; molti uomini sono violenti verbalmente, fisicamente e psicologicamente, ma non se ne rendono conto perché sono abituati a comportarsi così e sono educati a questo atteggiamento. 

Parlare oggi di violenza di genere è fondamentale perché dobbiamo rompere questo schema di abitudini che ci portiamo dietro da secoli, per cui non vediamo violenza nella gelosia del nostro partner, violenza nell’essere zittite, violenza nell’essere pagate di meno a pari di competenze, violenza nel non poter scegliere sul nostro corpo, violenza nell’essere sessualizzate e oggettificate. Ma, forse ancora più importante, dobbiamo parlare di violenza perché gli uomini riconoscano le loro emozioni, si ascoltino, capiscano quali abitudini siano sane e quali disfunzionali e limitanti nell’autodeterminazione della donna, affinché tutte le persone possano vivere libere di essere sé stesse, senza ruoli preimpostati. 

Ovviamente parlarne soltanto non basta: dobbiamo educarci e cambiare il sistema educativo. L’etimologia del termine educare, dal latino e-ducere, dove il prefisso “e” indica il movimento verso il fuori e “ducere” che significa “guidare” ci riporta al significato originale, ossia “condurre fuori”. Non c’è nulla riguardo un indottrinamento (che al contrario “in” prefisso latino che indica “dentro” e “dottrina”, da doctrina che significa “insegnamento” e che, quindi, prevede l’idea di mettere dentro la persona un insegnamento). Educare le persone su questi temi non significa dare loro delle istruzioni o delle dottrine e dirgli come devono essere, ma significa dare strumenti per porre domande, porre attenzione sul linguaggio che utilizziamo tutti i giorni, per capire come usare i social, come ascoltare le proprie emozioni, viverle e parlarne apertamente, senza vergogna, indipendentemente dall’essere uomo o donna. Educare in questo caso significa far emergere dalle persone la propria umanità, al fine di sradicare le abitudini mal sane che abbiamo ereditato, compresa la violenza di genere, e costruire insieme una società che si basi sulla libertà, non l’oppressione. 



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