In questo mare di umanità, continueremo a navigare
di Ludovica Di Ciano
La terra è trattenuta e, allo stesso tempo, trattiene gli esseri viventi che crescono su di essa grazie alle radici. Le radici ancorano, stabilizzano, trattengono, nutrono e fanno crescere le piante ma anche le persone. Negli anni le radici che mi hanno trattenuta a terra sono state rappresentate da principi e insegnamenti acquisiti in famiglia, a scuola e in generale nella società. Valori come il rispetto della vita e del dolore dell’altro, la solidarietà e l’amore per il prossimo, l’aiuto di chi è in difficoltà, la cura delle fragilità altrui e mie. Valori che mi sono stati insegnati e, in alcuni casi, anche imposti ma che poi sono stati rielaborati da me, diventandoi tasselli imprescindibili della mia identità e personalità.
Negli ultimi anni però, è come se avessi avvertito la sensazione di vedere minacciata parte della mia identità. Tutto quello che ho imparato e in cui ho creduto, per decenni, è stato messo in discussione dagli eventi storici e politici che si sono susseguiti. E tutte le certezze date per assodate sono venute improvvisamente a mancare. Mi sono sentita sola, impotente e in direzione ostinata e contraria. Questa sensazione disorientante e talvolta asfissiante è cessata sabato quattro ottobre quando, dopo molto tempo, ho smesso di sentirmi sola. Mi sono guardata intorno, mi sono sentita vista e mi sono riconosciuta, in una moltitudine.
Sabato quattro ottobre sono stata alla manifestazione nazionale per la Palestina organizzata a Roma dai Giovani Palestinesi e da altre organizzazioni e associazioni. Non nascondo di aver avvertito un brivido sulla schiena quando ho visto così tante bandiere palestinesi sventolare a Porta San Paolo. È stato incredibilmente emozionante vedere uno dei luoghi simbolo della Resistenza italiana contro l’occupazione nazista diventare teatro di una grandissima manifestazione di solidarietà nei confronti della resistenza di un altro popolo, quello palestinese.
“Siamo tutti Palestinesi” è stato uno degli slogan intonati durante il corteo che da Porta San Paolo si è snodato verso Piazza San Giovanni in Laterano, inondando mezza Roma con una marea umana. Siamo tutti palestinesi perchè il popolo palestinese ci ricorda ogni giorno che nessuno può essere completamente libero se c’è qualcun altro che continua ad essere oppresso. E che non possiamo sentirci al sicuro quando il diritto internazionale vale ma solo fino ad un certo punto. I palestinesi ci ricordano che non possiamo permettere che la memoria rimanga passato remoto sui libri di storia, ma dobbiamo adoperarci affinchè sia presente ed esercizio, ogni giorno. Siamo tutti Palestinesi perché, attraverso la loro storia, non dimentichiamo la nostra e ricordiamo l’importanza di essere partigiani, nel senso etimologico del termine: prendere parte. Ed è così che sabato quattro ottobre, un milione di persone sono scese in piazza per affermare la volontà di non essere complici di un genocidio e per esprimere la propria solidarietà al popolo palestinese.
Credo che la sensazione di solitudine e di impotenza che io ho provato in questi anni e che è sembrata improvvisamente svanire in quella piazza, sia stata la stessa della maggior parte delle persone che erano lì. Infatti, sebbene ci fossero tantissimi gruppi organizzati, associazioni, organizzazioni sindacali, rappresentanze politiche, la maggior parte dei partecipanti non aveva appartenenze ma si sentiva comunque di appartenere a quella moltitudine. Ognuno era libero e autodeterminato nel partecipare e nell’occupare un posto all’interno del corteo, il proprio. E io credo che questo elemento rappresenti una novità ed una grandissima risorsa in una società in cui più della metà delle persone non si reca nemmeno alle urne e non si sente rappresentata da nessuno.
In passato ho partecipato a diverse manifestazioni ma non ho mai visto una moltitudine così variegata di persone diversissime per età, genere, orientamento politico, lavoro e posizione sociale prendere parte allo stesso corteo. In migliaia, accomunate dal solo fatto di riconoscersi in individui che non possono rimanere in silenzio ed impassibili di fronte ad azioni criminose e genocidarie. Sabato mattina, sotto la stessa bandiera, c’erano studenti insieme ai loro professori, bambini delle scuole materne ed elementari con i loro amichetti; c’erano lavoratori e sindacalisti, persone anziane insieme a giovanissimi; c’erano intere famiglie. Era presente chi è solito frequentare manifestazioni ma anche chi, per la prima volta nella propria vita, ha deciso di partecipare ad un corteo. Sicuramente, tra quella moltitudine di persone, ce n’erano alcuni che non riescono a riconoscersi in nessun partito e che molto probabilmente non avranno neanche votato alle ultime elezioni ma che, quel giorno, hanno avvertito l’importanza della causa e hanno voluto affermare, con il proprio corpo e con la propria voce, il loro peso politico.
Il giorno della manifestazione era il quattro ottobre ed eravamo al culmine di diverse settimane di cortei, di scioperi generali e di picchetti nelle piazze, nelle scuole e per le strade. Dopo mesi in cui il silenzio generale e l’immobilismo delle istituzioni avevano fatto da padrone, con il conseguente crescere, in noi cittadini, di un sentimento di impotenza misto a sdegno e rabbia, il coraggio degli attivisti della Global Sumud Flotilla, ci ha risvegliati e dato speranza. Dove la politica non è riuscita ad arrivare o si è rifiutata di farlo, è intervenuta una gigantesca flotta umana di solidarietà, per mare e per terra.
Sebbene la GSF non sia riuscita a rompere il blocco navale imposto dall’esercito israeliano sulla Striscia di Gaza e a consegnare gli aiuti umanitari raccolti, è riuscita a fare qualcosa di molto più duraturo: ricordare, a ciascuno di noi, che abbiamo potere e che possiamo decidere se e come utilizzarlo, per avallare o per opporci alle ingiustizie.
La Global Sumud Flotilla, e la mobilitazione collettiva che ne è conseguita, ci ha risvegliati da un intorpidimento generale: ora sappiamo che, quando ci uniamo e ci organizziamo, siamo in grado di fare pressione per cambiare le cose. E le migliaia e migliaia di persone scese in piazza, non solo a Roma, ma in tutta Italia, e in Europa e nel resto del mondo, sono state la dimostrazione plastica che tante gocce, messe insieme, formano il mare.
In questo mese che è trascorso dalle varie manifestazioni di piazza in tutto il mondo, il sussulto dell’opinione pubblica ha convinto il presidente degli Stati Uniti a fare pressione su Israele e Hamas affinché si accordassero per una tregua che prevedesse il rilascio degli ostaggi ed il cessate il fuoco a Gaza. Si tratta di un accordo molto fragile che, a poche settimane dalla firma, già vacilla e la Striscia di Gaza continua a bruciare e i Gazawi che non muoiono sotto le bombe, muoiono di fame.
In queste settimane però è cambiato qualcosa in noi cittadini occidentali, che viviamo sicuri nelle nostre tiepide case; abbiamo costruito una nuova consapevolezza: sappiamo che non possiamo più permettere all’indifferenza e al senso di impotenza di silenziarci, come abbiamo invece consentito che facessero negli ultimi anni. Abbiamo il dovere di continuare a scendere nelle piazze e per le strade, di esserci e di occupare ogni spazio possibile, dobbiamo parlare e gridare per non essere complici di questo genocidio, così come di tutti gli altri, perchè abbiamo contezza che insieme abbiamo il potere di cambiare le cose.
Mentre camminavo tra quelle centinaia di persone mi sono resa conto che, per quelle strade, c’era un’intera generazione di persone a cui era stata fatta una promessa: mai più. Moltissime persone erano lì anche per difendere quella promessa.
Oggi saprei rispondere alla me bambina che, mentre leggeva Se questo è un uomo di Primo Levi, si chiedeva come fosse stato possibile che la gente comune avesse consentito che la Shoah accadesse; oggi potrei rispondere alla me ragazza delle superiori che, studiando gli scritti di Hannah Arendt, capì come la banalità del male lo avesse reso possibile e si domandò che cosa avrebbe fatto se fosse stata la stessa ragazza ma nata cento anni prima: sarebbe rimasta in silenzio o si sarebbe opposta al genocidio degli ebrei? Oggi io so rispondere a quella bambina e a quella ragazza.
Oggi so che, se fossi vissuta cent’anni fa, non avrei accettato e mi sarei opposta al genocidio degli ebrei perchè oggi non posso accettare e mi oppongo a quello dei palestinesi.
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