Love Letters to a Serial Killer è il romanzo d’esordio di Tasha Coryell (al momento disponibile solo in lingua inglese), pubblicato nel 2024, che ha attirato l’attenzione per la sua combinazione di thriller psicologico, satira sociale e black humour.
La storia è ambientata tra forum di true crime e relazioni tossiche, in cui la protagonista Hannah, si rifugia.
L’ossessione per un caso di femminicidi seriali ad Atlanta, porterà Hannah a scrivere una lettera carica di rabbia a William, principale sospettato.
Ma inaspettatamente, lui risponde, dando inizio a una corrispondenza che si trasforma in un legame ambiguo e pericoloso.
Tasha Coryell affronta temi complessi come l’ossessione per i serial killer, la cultura del true crime, le dinamiche di potere nelle relazioni e la ricerca di significato in una società alienante. Nella vita della protagonista, emergono degli aspetti contraddittori tipici di una generazione alle prese con l’isolamento emotivo e la dipendenza dai social media.
Ad ogni pagina letta di questo romanzo, la mia reazione era “wtf?”. Un cumulo di scelte sbagliate dopo l’altra. Hannah esplora i confini della disperazione, dell’insoddisfazione della propria vita, e approda a qualcosa di insolito, ad una qualche forma di amore e trasgressione, che vuole far provare un brivido di vita a chi si sente già morto.
In queste pagine ho odiato molto il personaggio di Hannah, quella voglia di lasciarsi andare, di non reagire, di non trovare un amore che faccia bene, di non lottare per sentirsi più sicuri. Ma poi ho anche capito Hannah, il vuoto nel quale navigava, a 30 anni, senza aver costruito niente, un lavoro, una famiglia, senza qualcosa che le desse soddisfazione. Il vuoto e la disperazione di Hannah l’hanno portata nel mondo del true crime, dei casi di cronaca, e hanno spostato la sua vita a guardare quella del processo che veniva fatto a qualcun altro.
La vita di Hannah, pagina dopo pagina, diventa lo sviluppo degli omicidi di Atlanta, del colpevole, dell’amore per qualcuno che ammazza.
Ed è forse proprio questo che fa sentire Hannah viva, amare qualcuno che può ucciderti.
Amare qualcuno che potrebbe ucciderti è vivere dentro un brivido costante: c’è un’intimità morbosa, la consapevolezza del rischio, ma anche un senso di privilegio dato dal fatto che “lui potrebbe uccidere chiunque, ma sceglie di non uccidere me”. Questo crea un legame perverso e profondissimo, un amore che nasce proprio dalla possibilità del disastro.
Una lettera d’amore ad un assassino significa credere di essere la chiave della sua redenzione, e di avere il potere di controllarlo. E questo è un pensiero egocentrico e tossico, che si traveste da empatia.
La paura di Hannah, mescolata all’amore, diventa eccitazione. L’adrenalina dell’incertezza, la possibilità costante del pericolo, rendono ogni scelta più intensa. Una carezza, sapendo che quella stessa mano ha strangolato qualcun altro, assume una carica erotica inquietante. È il brivido di amare qualcosa di indomabile.
Nell’amore verso un assassino la protagonista cerca di annullarsi, come se volesse morire, e prova gioia nel pensare che ad ucciderla potrebbe essere proprio colui che lei ama.
In questo c’è un desiderio di dissoluzione, di fusione totale, anche a costo della propria vita.
L’attrazione per chi è letale è una manifestazione di pulsioni autodistruttive. Scrivere lettere a un serial killer è, in fondo, una forma raffinata di suicidio emotivo: ci si consegna volontariamente a chi rappresenta la negazione della vita.
Questo romanzo non è libero da colpi di scena, alcuni anche prevedibili, ma la cosa che mi ha colpito di più è il modo in cui Hannah affronta e decide di andare in fondo a tutto quello che succede.
Consiglio questa lettura per il black humour di fondo che caratterizza la storia, ma anche per fare un viaggio nei meandri di una disperazione generazionale, che si trasforma in ossessione.
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