In una lettera del 1468 il Cardinale Bessarione scriveva: «I libri sono pieni delle parole dei saggi, degli esempi degli antichi, dei costumi, delle leggi, della religione. Vivono, discorrono, parlano con noi, ci insegnano, ci ammaestrano, ci consolano […] Tanto grande è la loro dignità, la loro maestà e infine la loro santità, che se non ci fossero i libri, noi saremmo tutti rozzi e ignoranti, senza alcun ricordo del passato, senza alcun esempio; non avremmo alcuna conoscenza delle cose umane e divine; la stessa urna che accoglie i corpi, cancellerebbe anche la memoria degli uomini». 

Leggendo queste parole, risulta chiaro che i libri non sono semplici oggetti ma forme vive della memoria, depositi attraverso cui il passato continua a parlare al presente. Se la memoria degli uomini scorre, sopravvive e si rigenera attraverso i libri è necessario che le biblioteche e gli archivi, in quanto depositi evidenti e fondamentali del patrimonio intellettuale degli uomini, custodiscano e valorizzino tutte quelle carte che testimoniano il compimento delle culture umane lungo intrecci di luoghi e di tempi. 

Eppure la storia della trasmissione del sapere non è fatta solo di testi integri o giunti fino a noi nella loro forma originaria. Accanto a questa tradizione visibile ne esiste un’altra, meno nota e quasi totalmente sommersa, occultata nel tempo e fatta di tracce, resti e sopravvivenze.

È in questo spazio nascosto che si possono riconoscere quelle che, con un’immagine efficace, potremmo definire biblioteche invisibili, per loro natura condannate all’oblio: non raccolte ordinate di volumi, ma stratificazioni di frammenti di letteratura e cultura classica – e non solo – non immediatamente tangibili ma che aspettano di essere riportati alla luce. Si tratta di veri e propro “ritagli” di scrittura provenienti da manoscritti di pergamena o di carta dismessi, dunque smembrati e successivamente re-impiegati come materia prima nel processo di rilegatura e restauro di volumi più recenti. Tale fenomeno di riutilizzo è attestato soprattutto nel corso del Medioevo e della prima parte dell’età moderna, poiché l’alta domanda di pergamena e il suo ingente costo portarono alla pratica diffusa dello smembramento di codici, ai quali, divenuti desueti per svariati motivi, venne data una seconda vita: grazie a questo sistema inconsapevole di conservazione i frammenti di riuso giungono a noi come testimoni riemersi del sapere antico. 

A questo punto sorge spontaneo chiedersi per quali ragioni molti libri abbiano smesso di essere considerati interessanti e siano per questo diventati materiale di scarto. Sebbene molteplici, le ragioni che hanno condotto allo scarto e al successivo riciclaggio dei libri hanno condiviso un fatto comune, ossia l’obsolescenza, legata sia a motivazioni di natura pratica ed estrinseca – quale la deperibilità del prodotto manoscritto – sia a cause di origine storico culturale. Innanzitutto, nei secoli fra tarda antichità e alto medioevo, che videro il conflitto ideologico tra l’affermata cristianità e il paganesimo immorale della tradizione, tra letteratura cristiana e latino-pagana, le opere di poeti come Ovidio o Plauto vennero perseguitate a causa del loro contenuto immorale o eretico, e migliaia di lavori di commediografi classici vennero distrutti.

A motivare successivamente lo scarto librario contribuì anche l’avvento Controriforma: dopo la scomunica inflitta a Martin Lutero, nel 1542 papa Paolo III costituì la Congregazione dell’Inquisizione, finalizzata alla repressione di tutti i sostenitori di teorie contrarie all’ortodossia cattolica e nel 1559 papa Paolo IV ordinò alla Congregazione di redigere una lista con i titoli dei libri più pericolosi per la fede, considerati ereticali, ossia l’Indice dei Libri Proibiti. Sorte affine spettò ai testi in lingua ebraica appartenenti alle comunità ebraiche perseguitate: com’è noto, con la bolla emanata il 12 agosto 1553 da papa Giulio III – connessa al tentativo ecclesiastico di raggiungere una più netta autodefinizione teologica – ebbe ufficialmente inizio la persecuzione ai libri ebraici, i quali furono gettati nel fuoco dai persecutori, se realizzati in carta, o scartati e successivamente riadattati come copertine o altri elementi di rilegatura se pergamenacei (in virtù del loro pregio materiale). 

È chiaro, dunque, che questo “riciclo” materiale garantì inconsapevolmente la sopravvivenza nel tempo della memoria letteraria, seppure sotto forma di inconsuete pillole di scrittura.

 Nel XXIV libro delle Epistulae familiares Francesco Petrarca, rivolgendosi idealmente a Cicerone si chiedeva se le opere del grande maestro latino avrebbero mai raggiunto i posteri o sarebbero andate perdute per sempre, in maniera irreparabile e rovinosa. Tra le righe si percepisce la speranza petrarchesca nella sopravvivenza della memoria scritta, sebbene se ne ignorino le modalità. 

Cinque secoli dopo Paul Valéry era giunto ad una personale conclusione, e cioè che «tutta la terra apparente è fatta di ceneri» ma che «la cenere significa pur qualche cosa». Per lo stesso principio, in quanto residui storici, anche i residui di scrittura devono significare pur qualcosa, e spetta a coloro che gestiscono gli archivi e le biblioteche, quali istituzioni di memoria, procedere con urgenza sulle tracce della tradizione e della conservazione, affinché si recuperi quanto è ancora possibile salvare dall’oblio. Pertanto, le pratiche di tutela, conservazione e valorizzazione libraria sono state estese anche ai frammenti di recupero a partire dal 2018, su iniziativa di William Duba e Christoph Flüeler dell’Università di Friburgo in Svizzera, i quali, nell’editoriale della neonata rivista Fragmentology, hanno per la prima volta attribuito dignità e legittimità a una nuova disciplina, mettendo in luce la necessità di un nuovo metodo di ricerca scientifica in grado di riportare alla luce risorse letterarie inedite o nuovi testimoni della classicità. 

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