Un film “troppo femminile”?
Quando Turning Red è uscito nel 2022, ha diviso immediatamente il pubblico. Diretto da Domee Shi, prima donna asiatica alla regia di un lungometraggio Pixar, il film ha affascinato molti per la sua freschezza e onestà, ma ha anche generato commenti sprezzanti: “cringe”, “strano”, “incomprensibile”.
Cosa ha davvero disturbato alcuni spettatori? Il fatto che Turning Red racconta, senza filtri né allegorie complicate, l’adolescenza dal punto di vista di una ragazza. Un’ottica ancora troppo rara nel cinema mainstream, soprattutto d’animazione.
Mestruazioni, boyband e amicizie ossessive: perché disturbano così tanto?
Mei Lee è una tredicenne brillante e piena di energia che, in un giorno qualsiasi, si trasforma all’improvviso in un gigantesco panda rosso ogni volta che le emozioni la travolgono. Non servono interpretazioni complesse: il panda è una chiara metafora della pubertà, dei cambiamenti ormonali e, sì, delle mestruazioni. Non è un caso che la madre, vedendola agitata e chiusa in bagno, pensi che sua figlia abbia “iniziato il ciclo”.
Ed è qui che iniziano i problemi. Per alcuni spettatori — in particolare adulti e uomini — tutto questo è stato troppo: troppo esplicito, troppo femminile, troppo lontano dalla loro esperienza. Ma perché dovrebbe risultare disturbante raccontare il cambiamento di una ragazza, mentre da decenni accettiamo senza battere ciglio supereroi adolescenti alle prese con forze nuove, corpi mutanti e pulsioni distruttive?
Spider-Man scopre di lanciare ragnatele, Hulk perde il controllo, i mutanti X-Men faticano ad accettare il proprio sé: tutte metafore, spesso celebrate, della transizione adolescenziale. Eppure, quando lo stesso processo viene mostrato da una prospettiva esplicitamente femminile, diventa scomodo.
La verità è che Turning Red rompe con l’idea che l’esperienza maschile sia “neutra” e rappresenti l’universalità. Il film, invece, parla un linguaggio che molte ragazze riconoscono subito, ma che ad altri — maschi, adulti, estranei — può sembrare alieno. Questo però non lo rende meno valido, né tantomeno imbarazzante.
Anzi, è proprio nella sua specificità che Turning Red è rivoluzionario. Osa mostrare l’adolescenza per quello che è davvero: un periodo confuso, ridicolo, esagerato, emotivo. E lo fa senza minimizzare né edulcorare l’esperienza delle ragazze. Gli elementi che spesso vengono ridicolizzati — le boyband, le amicizie totalizzanti, i diari pieni di cuori e drammi — qui diventano parte integrante della crescita e dell’identità.
L’ossessione di Mei e delle sue amiche per la boyband 4*TOWN, ad esempio, non è una caricatura, ma un tributo affettuoso e autentico a una fase della vita spesso banalizzata. La passione per le boyband è una forma di esplorazione della sessualità e dell’immaginazione, un primo esercizio di desiderio e identità. Ridicolizzarla significa, ancora una volta, invalidare il mondo emotivo delle ragazze.
Anche l’amicizia tra Mei e il suo gruppo di coetanee è centrale. Lontano dalle narrazioni solitarie tipiche del “ragazzo problematico” che salva il mondo, il film sceglie di valorizzare la solidarietà tra pari, l’energia rumorosa e liberatoria dell’unione tra ragazze. È un modo per affermare che le relazioni femminili non sono secondarie, ma fondanti.
E forse è proprio questo che infastidisce: Turning Red non chiede scusa per il suo sguardo. Non cerca di adattarsi a un pubblico più ampio, né di rendere la sua protagonista “accettabile” nel senso tradizionale. Mei è impacciata, emotiva, testarda, tenera e a volte insopportabile. In altre parole, è reale. E questa autenticità, nel panorama ancora maschile del cinema mainstream, è un atto di rottura.
Il fastidio, quindi, non nasce perché Turning Red è “solo per ragazze”, ma perché non cerca di essere per tutti. Non universalizza lo sguardo femminile: lo rende centrale. E lo fa con la consapevolezza che anche l’esperienza più personale può toccare corde universali — se siamo disposti ad ascoltarla.
Neutralità maschile e rappresentazione
Siamo abituati a considerare neutri i film che raccontano l’adolescenza dal punto di vista di un ragazzo, come se quella fosse la norma. Ma non lo è. È solo l’abitudine. Quando un film cambia punto di vista — come fa Turning Red — il disorientamento è inevitabile. E spesso scambiato per “imbarazzo” o “stranezza”.
Il problema non è che Turning Red sia troppo femminile, ma che altri film non lo siano abbastanza. Per troppo tempo abbiamo considerato gli interessi delle ragazze come frivoli, e quelli dei ragazzi come “seri” o “universali”. È tempo di rivedere questa scala di valori.
Madri, figlie e ferite invisibili
Oltre all’adolescenza, Turning Red affronta anche un altro tema profondo: i traumi generazionali tra madri e figlie. Il conflitto tra Mei e sua madre Ming non è solo un classico scontro adolescenziale. È il riflesso di un’eredità emotiva più ampia, fatta di aspettative, silenzi e sacrifici tramandati da madre a figlia.
Ming non è una caricatura della madre oppressiva: è una donna cresciuta sotto pressioni simili, che tenta — senza saperlo — di ripetere gli stessi schemi. Mei, nel rifiutarsi di reprimere il suo “panda rosso”, compie un gesto di rottura potente: non rinnega sua madre, ma sceglie un nuovo modo di essere figlia. Il film suggerisce che la vera crescita passa attraverso la comprensione del passato, e il coraggio di modificarne il corso.
Un film per tutte e tutti
Sebbene racconti l’esperienza di una ragazza asiatica a Toronto, Turning Red parla di qualcosa di profondamente universale: il bisogno di essere visti e accettati per ciò che si è. Chiunque abbia
attraversato l’adolescenza — tra emozioni ingestibili e desideri confusi — può riconoscersi in questa storia, se è disposto a guardarla senza pregiudizi.
Il fatto che molti spettatori maschi abbiano trovato il film “troppo” è forse il segnale che c’era bisogno, ora più che mai, di una storia come questa. Una storia che non traduce il femminile in qualcosa di comprensibile per altri, ma lo racconta in modo diretto, vivido, autentico.
Conclusione: normalizzare il diverso
Turning Red non è un film perfetto, ma è necessario. È uno dei pochi prodotti mainstream che osa mostrare la femminilità adolescenziale nella sua forma più disordinata e veritiera. E se a qualcuno sembra “cringe”, forse è perché non è abituato a vedere rappresentato qualcosa che non lo riguarda direttamente.
In un panorama saturo di supereroi, Turning Red ci ricorda che anche diventare sé stessi, imparare a convivere con le proprie emozioni e amare chi siamo — panda rosso incluso — può essere un atto eroico.
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