Chiara Fusar Bassini

Un artista guarda una parete: prende le misure per il murales che andrà a dipingere e subito dopo comincia a tracciare le prime forme. Sotto il suo spray, la parete non è intonsa, ma è un guazzabuglio di scritte e tag sbiaditi. Un passante gli chiede perché non dia una mano di bianco per cancellarli e uniformare il fondo del disegno, e lui risponde: “Perché il muro era già così, e poi almeno vi ricordate com’era prima. Io arrivo dopo le pareti, non è che le costruisco io”. 

L’idea di costruire qualcosa su fondamenta già esistenti, andando a sovrapporre più livelli, è centrale nel documentario La zona (2021) da cui è tratta la scena. Paolo Maggi, il regista, ha raccontato la parabola di vita di alcune delle pareti di edifici che sorgono nel quartiere bolognese di Corticella, nella periferia nord della città. Proprio qui, nel 2017, l’Associazione Serendippo aveva invitato quindici street artist a realizzare un’opera murale collettiva sul Centro Civico Gorki, da poco intitolato a William Michelini, partigiano originario della zona.

Nel documentario è emblematico il fatto che l’opera d’arte basi la propria ragione d’essere su un sedimento già esistente. Come il film esiste perché in principio c’è la realtà da rappresentare, così anche i murales poggiano su qualcosa di già presente: da una parte il supporto fisico della parete, dall’altra la storia del quartiere che li accoglie. 

L’artista, come l’opera, è ospite: non vive il muro come una tela di sua proprietà, non arriva per colonizzare uno spazio vuoto. Non pulisce né nasconde ciò che già è sul muro, ma dialoga con esso, con le crepe frutto del tempo e con i tag dei ragazzini che sono passati da lì prima di lui. L’obiettivo non è ripulire la città dal degrado, ma aggiungere un livello alla stratificazione di fondi che testimoniano la storia del quartiere e di chi lo vive. 

L’idea di riqualificazione urbana, infatti, rimanda tradizionalmente al concetto di pulizia: si interviene per limitare il degrado, come può essere pulendo le strade non curate o rimuovendo i tag dai muri e dalle saracinesche. Eppure in questo caso il murales non è una mano di vernice che vuole fare tabula rasa e ristabilire i confini di ciò che è il decoro. Scegliere di non passare il bianco è per l’artista quasi una dichiarazione di intenti, per cui egli non è un estraneo venuto a civilizzare la periferia, ma quasi un ospite che si inserisce in un discorso già iniziato e così arricchisce una conversazione.

Gli artisti che hanno preso parte al progetto di riqualificazione del quartiere di Corticella hanno agito nello spazio con onestà intellettuale, portando qualcosa di sé e offrendolo alla comunità senza sovrascrivere la memoria collettiva del passato. Potremmo considerare il progetto dell’Associazione Serendippo un intervento artistico site-specific nel senso più profondo del termine: i murales non sono opere autonome trascrivibili altrove perché assumono un particolare significato solo all’interno del perimetro fisico e sociale in cui sorgono, andando ad arricchire quello che è diventato un archivio storico di quartiere. 

Nel documentario di Maggi, sono tante le parole di sostegno al progetto da parte di residenti e passanti intervistati. Quando però il progetto è stato spostato in via Majorana con la realizzazione di una grande onda stilizzata, non sono mancate le critiche, nonostante tutti i permessi concessi dall’amministrazione comunale e condominiale dell’edificio interessato. L’accusa era quella di imbrattamento grafico di un edificio storico, quando in realtà da quasi una decina di anni la parete era piena di tag e la strada era ormai adibita a orinatoio. 

Alla fine, malgrado l’opposizione dei cittadini della zona, i condomini hanno ottenuto che il murales venisse cancellato sfruttando i fondi comunali. Eppure è importante riflettere sulla possibilità delle città di evolvere attraverso l’arte, che è in grado non solo di trasformare la percezione che si ha di un luogo, ma anche di far evolvere la percezione collettiva di sé come comunità. Di fatto, come diceva uno dei passanti nel documentario, “la bella cosa per voi cos’è?”. 

N.B. Il documentario La zona (2021) di Paolo Maggi (41’) è disponibile gratuitamente sul Zalab. https://www.zalabview.org/films/lazona 

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