di Chiara Fusar Bassini 

 

Ogni giugno, in Italia, si tengono almeno una quarantina di parate del pride per celebrare il mese dell’orgoglio LGBTQIA+. Dalle grandi città ai paesini, il patrocinio delle amministrazioni comunali (quando c’è) dimostra il supporto alla causa, con suoi i pro e i suoi contro.

Eppure ci sono ancora regioni in cui si tiene una solamanifestazione itinerante. È il caso del Toscana Pride, un’unica sfilata che cambia location ogni anno. 

Ma per quale motivo solo una manifestazione dell’orgoglio LGBTQIA+ in tutta la regione? Il Comitato Toscana Pridesostiene che il fine sia quello di evitare la frammentazione e massimizzare l’impatto politico e mediatico dell’evento. Eppure organizzare più eventi non equivale necessariamente a disperdere la supposta compattezza della comunità LGBTQIA+. Al contrario,significa entrare in modo capillare all’interno della società, penetrare nel territorio per comunicare che le persone queer non si trovano solo nelle città metropolitane, ma anche nei paesini apparentemente più bigotti e meno inclusivi, e che proprio in questi è ancora più importante fare rete. 

Inoltre, cambiando ogni anno la città che ospita il pride, sicostringono migliaia di persone queer, transgender e non binary a rincorrere un evento che in questo modo diventa paradossalmente solo più esclusivo. Non è solo l’onere economico del costo del viaggio, che spesso non ci si può permettere, ma riguarda anche il tema dell’accessibilità: raggiungere determinate città e percorrere l’itinerario stesso della marcia può risultare difficile per chi ha una disabilità motoria. 

Del resto, come può un unico evento a livello locale coinvolgere tutta la popolazione queer della regione? È per questo motivo che le persone a volte preferiscono andare alla marcia di grandi città come Bologna o Roma e spostarsi quindi fuori dalla Toscana. Ed è una grande perdita per una regione che già di per sé non ha una vera e propria scena queer, neppure nelle principali città, comeFirenze. 

Questo è deludente, ma non stupisce affatto: mancano punti di ritrovo, luoghi identitari, eventi in cui socializzare e situazioni in cui celebrare le ricorrenze, come il 17 maggio, la Giornata internazionale contro l’omolesbobitransfobia. Senza tutto ciò non si ha modo di costruire un’identità collettiva queer e di arricchire la storia LGBTQIA+ legata al territorio. 

Ed è proprio questo il nodo della questione: una comunità disseminata è una comunità frammentata e vulnerabile,impossibilitata a riconoscere la forza della massa in potenza. È ora che i pride si moltiplichino e arrivino in ogni angolo d’Italia. La visibilità queer deve cessare di essere un evento da rincorrere e diventare una presenza radicata sul territorio, diffusa in modo capillare e impossibile da ignorare.

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