Perché Sanremo è Sanremo? Nascita ed evoluzione del Festival come rito collettivo e specchio di un’Italia che cambia

di Lucia Caputo e Chiara Mozzoni

Perché Sanremo è Sanremo – la nota sigla d’apertura utilizzata a partire dall’edizione del 1995 – non era solo uno slogan, ma una tautologia che rendeva già da allora il Festival un’istituzione che, in quanto tale, non avrebbe avuto bisogno di giustificare la propria esistenza ma solo di celebrarla. Tutto ciò che accadeva al suo interno, dalle polemiche agli imprevisti e ai colpi di scena – primo fra tutti, risalente proprio a quell’anno, l’episodio del finto suicidio di un uomo tra il pubblico che minacciò di buttarsi giù dalla balconata dell’Ariston, fortunatamente sventato in diretta dall’allora presentatore Pippo Baudo – rientrava lecitamente nella sua natura autoreferenziale.

Con l’avvento degli anni 2000 il Festival ha iniziato a raccontare l’Italia agli italiani più di quanto non fosse immediatamente evidente, decidendo di non sottrarsi ai mutamenti ma assorbendoli e mettendoli in scena. Accanto a quelli canonici si profilano nuovi generi musicali, nuovi linguaggi espressivi – tra i quali i look, che si presentano talvolta androgini, bon ton o bohémien, senza tralasciare le scelte di nudismo o punk style -, e Sanremo scelse di diventare uno spazio di tensione tra tradizione e rottura, tra moralismo e provocazione, nostalgia e bisogno di attualità.

I testi delle canzoni iniziavano progressivamente a intercettare l’attualità sociale e politica, e lasciavano che fragilità, ansie condivise e identità sospese emergessero in superficie. Una novità assoluta fu rappresentata nel 2009 da Povia con il brano Luca era gay, che raccontava la storia di un giovane omosessuale vittima di bullismo e discriminazione. La canzone scatenò uno scandalo senza precedenti: se da un lato fu letta come audace tentativo di introspezione ed espressione personale, nonché di sensibilizzazione sul tema dell’omofobia, dall’altro fu criticata per il linguaggio giudicante e il modo narrativo controverso, mostrando come il Festival potesse diventare anche un’arena di dibattito civile e provocazione culturale. Nel 2018 Ermal Meta e Fabrizio Moro portarono appunto sul palco una riflessione esplicita sul trauma collettivo del terrorismo con il brano Non mi avete fatto niente; tre anni dopo i Maneskin voltarono le spalle a quella che si riteneva l’inviolabile compostezza sanremese riscrivendo i confini tra rock e provocazione, la stessa celebrata anche da Achille Lauro l’anno precedente. Nel 2019, infatti, l’artista romano si presentò sul palco dell’Ariston con indosso una lunga tunica nera di velluto – firmata Gucci – di cui si spogliò nel bel mezzo della sua performance rivelando un aderentissimo body nude ricoperto di cristalli, con l’intento di rievocare la spoliazione di San Francesco nel ciclo di Giotto e trasformare il corpo esposto in simbolo di rinuncia alle sovrastrutture. Il Festival della Canzone Italiana smetteva dunque di essere neutro e diventa qualcosa che si vive, si commenta, si discute – come il più recente e scandaloso bacio tra Fedez e Rosa Chemical sul palcoscenico.

In questo lungo percorso Sanremo è passato dall’essere custode della morale a palcoscenico identitario e museo vivo delle trasformazioni sociali. In questo senso, le performance di Achille Lauro nell’edizione del 2020 – tutt’altro che mere esibizioni – sono state metafore perfette di questa traiettoria: portando sul palco il corpo come manifesto, l’abito come linguaggio e la provocazione come strumento di dialogo sociale, l’artista prima ha rotto la cornice, poi ci è entrato dentro ed infine l’ha usata per raccontare altro, dimostrando che il Festival non è una gabbia, ma uno spazio negoziabile. Attraverso di esso l’Italia si guardava e tuttora si guarda allo specchio: non sempre ama ciò che vede ma si riconosce e realizza di esistere.

Il 2020 e il periodo del Covid hanno amplificato ulteriormente questa dimensione: il teatro dell’Ariston vuoto ha rappresentato l’immagine più potente di un rito collettivo privato del corpo del pubblico, ma non del suo sguardo.

Edizione dopo edizione, Sanremo è diventato a tutti gli effetti un fenomeno culturale in grado non solo di intrattenere piacevolmente gli italiani ma soprattutto di catalizzare la loro attenzione verso la propria identità. È lungo, lento, spesso goffo e soggetto a imprevisti, tecnicamente antiquato, ma fedele alla scelta di accogliere passato e presente in un unico grande rito laico che sopravvive nel tempo grazie al senso di familiare coinvolgimento che riesce a generare nella nostra comunità. Guardare il Festival della Canzone Italiana è un appuntamento annuale per non perdersi, una sorta di bussola collettiva che ci ricorda dove ci troviamo e verso cosa siamo orientati. È molto più di un semplice evento musicale, è un’esperienza.

In un presente dominato dallo scrolling frenetico sugli schermi degli smartphone e dalla frammentazione dei contenuti presenti sul Web – specialmente sui social network – Sanremo persiste e resiste perché orgogliosamente umano e squisitamente imperfetto. Nell’attuale ecosistema digitale attraversato dai flussi continui di Tik Tok e dalla fruizione digitale di unità minime di significato, il sapere si presenta sotto forma di una sequenza discontinua di stimoli brevi, pensati per un consumo istantaneo.

Diversamente, il Festival sanremese è una narrazione lenta che ci costringe a rallentare e a ricalibrarci nel contesto in cui viviamo, affinché non ci si perda in un presente che corre troppo velocemente. In un’epoca in cui tutto è immediatamente fruibile e allo stesso tempo evanescente, il Festival resta fedele a sé stesso e promette continuità e appartenenza, un appuntamento fisso che resiste alla frammentazione. È l’Italia che sceglie di ritrovarsi.

Nel mondo social, inoltre, i contenuti restano quasi sempre salvati e archiviati, e dunque possono essere recuperati e fruiti in qualsiasi momento, anche a distanza di parecchio tempo: la loro perdita è evidentemente reversibile. Al contrario, Sanremo richiede presenza, ed esiste primariamente nella dimensione della diretta serale, perciò non assistervi nel momento in cui accade significa rinunciare all’esperienza collettiva e irripetibile dell’evento in sé. Ciononostante, i suoi effetti mediatici ci raggiungono in breve tempo alla radio, sui giornali e addirittura sui social stessi, attraverso la diffusione di meme, clip o commenti virali: ecco allora che il vasto mondo dei social network e di Internet, più in generale, non ridimensiona o profana il fenomeno sanremese, bensì ne aumenta la risonanza culturale, funzionando da amplificatore e da ponte generazionale.

Ogni momento del Festival viene scomposto, rilanciato, commentato in milioni di interazioni digitali che non tolgono valore alla narrazione dal vivo ma la integrano, creando una comunità più ampia e interconnessa. Se l’esibizione di un artista dura qualche minuto, il discorso sulla sua canzone può durare giorni.

Ne consegue che a tutti coloro che scelgono di non seguire il Festival o ne perdono involontariamente dei segmenti è preclusa la piena comprensione di gran parte dei prodotti e dei dibattiti pubblici sul tema: esito naturale di questa carenza è un fortissimo senso di FOMO – acronimo di Fear Of Missing Out – ossia un angosciante sensazione di estraniamento e di esclusione da ciò che ci circonda, alla quale sentiamo la necessità di porre rimedio attraverso il recupero temporaneo delle informazioni necessarie.

E forse è proprio questo il suo segreto: mentre tutto scorre, Sanremo resta e nel restare non si limita a intrattenere, ma diventa memoria viva di un’italia che cambia.

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