“C’è una sola cosa al mondo peggiore del far parlare di sé, ed è il non far parlare di sé”, oppure, parafrasando, “nel bene o nel male, purché se ne parli”.

Questa citazione, conosciutissima e utilizzata assiduamente, è tratta dal primo capitolo de Il ritratto di Dorian Gray (1890) di Oscar Wilde; nonostante l’accezione evidentemente negativa di questa frase nel contesto del romanzo, si è assistito negli anni ad un suo utilizzo per giustificare soprattutto un certo giornalismo basato sulla spettacolarizzazione delle notizie, a scapito, spesso, dell’onestà intellettuale. Da un ragionamento del genere ne consegue non solo l’idea che materie complesse possano essere trattate in qualsiasi modo, (anche unicamente sensazionalistico), ma anche la separazione tra i discorsi, cosiddetti, alti e bassi. Semplificando: sembra che si possa parlare bene di certe tematiche (politiche, sociali, culturali…) solo in ristretti ambienti intellettuali, mentre i prodotti per il grande pubblico dovrebbero proporre per forza argomenti di stampo più “basso” e, si suppone, più vicini ad esso. Il rischio in questo caso è finire per allontanare la maggior parte delle persone da temi che in realtà le riguardano, quando sarebbe invece fondamentale avvicinarle usando le loro preoccupazioni, le loro esperienze di vita, il loro vocabolario, come affermato dalla politologa Chantal Mouffe.

Da questo punto di vista, negli ultimi anni è stato il cinema a dimostrarsi particolarmente adatto come mezzo di diffusione di idee. In quanto forma artistica, e quindi necessariamente politica, è servito come catalizzatore per la discussione di temi e di propaganda fin dalla sua creazione, subendo e riflettendo le peculiarità di ogni specifico periodo storico-culturale attraversato. Un particolare momento di cesura nel mondo dello spettacolo è stato rappresentato dal movimento del #metoo, iniziato nel 2017, che ha provocato un nuovo impulso al discorso femminista in ambienti di potere e privilegio come Hollywood, ma anche il superamento di un tipo preciso di cinema, con diverse novità sulle modalità di racconto dell’esperienza femminile nel nostro mondo. Nello specifico, ci si è concentrati sul ribaltamento del concetto di male gaze, teorizzato già nel 1975 da Laura Mulvey e definibile come la rappresentazione oggettificata delle donne nel cinema (e non), le quali, insomma, sono raffigurate da una prospettiva maschile volta a soddisfare i bisogni della società patriarcale.

Attraverso l’emergere di nuove figure femminili nel business cinematografico, con la freschezza dei loro approcci alle narrative femministe, è stato comprovato che la conciliazione tra discorsi sociali universali e cultura popolare non è solo possibile ma anche efficace. In questa rubrica si andrà ad analizzare una serie di esempi recentissimi, che affrontano gli stessi macrotemi con scelte stilistiche considerevolmente diverse.

Pink Goes With Everything

Nel luglio 2023, l’uscita del film sulla bambola più famosa del mondo ha causato una marea rosa che stava inondando inesorabilmente le sale cinematografiche. Barbie (2023) non è stata solo la pellicola che ha confermato Greta Gerwig come la regista indiscussa dell’autentico sentire femminile, che ha sfondato un record dietro l’altro (ad esempio classificandosi come il primo film live-action diretto da una donna a raggiungere il miliardo di incassi a livello globale) e che ha dato vita ad un vero e proprio fenomeno mediatico, anche grazie ad un fruttuoso lavoro di promozione; si tratta di una produzione che, attraverso un’iconica estetica camp (ovvero volutamente eccessiva e sopra le righe), propone un ragionamento sulla rappresentazione dei generi, suscitando riflessione e dibattito nel grande pubblico. Insomma, una critica sociale nascosta sotto al rosa, colore dalla valenza tutt’altro che neutra: il rosa, nell’opinione comune, è emblema di una tipologia precisa del femminile, quella denigrata come superficiale, frivola, stupida. Nella riappropriazione di un simbolo così inequivocabilmente femminile come le barbie, il rosa qui diventa strumento di liberazione. Al tempo stesso, non viene negata la natura paradossale del giocattolo in questione, simbolo anche, dall’altro lato, di un’oppressione causata da uno standard fisico irraggiungibile.

In generale, le tematiche trattate, come il patriarcato, la condizione femminile e la mascolinità performativa, sono complesse ma rese accessibili, con un sistema narrativo criticato anche come fin troppo didascalico. La scelta di dare forma a temi pesanti in modo pop è in realtà consapevole e rende possibile la discussione anche tra persone che non si sono mai accostate al discorso femminista, evitando così che resti limitata alla bolla di chi di tutto questo già si occupa.

Questo film utilizza un’icona conosciuta dalla maggioranza delle donne (e non solo) e le fa affrontare un percorso di formazione a partire dalla perdita della certezza della sua identità e che altro non è che il passaggio dall’infanzia all’età adulta, con la scoperta di quello che significa essere donna nel nostro mondo. Questo viene fondamentalmente riassunto nel monologo di America Ferrera, poi diventato virale: le donne devono essere tutto e il contrario di tutto, aderire alle aspettative fisiche della società, occuparsi sempre degli altri ma desiderare anche una carriera, rispondere dei comportamenti negativi degli uomini. La reazione a questo è che nel finale Barbie decide di non essere più creata, ma di creare; in sostanza, di diventare umana, abbracciando l’imperfezione che questa condizione comporta. In fondo, lo scopo stesso dell’invenzione di questo giocattolo è indicare una rappresentazione futura di quello che in potenza può diventare una bambina. “Puoi essere tutto ciò che desideri”.

Tuttavia, l’arco narrativo emancipatorio non è limitato a Barbie. La liberazione del maschile – di Ken – è stata forse tra gli elementi più discussi del film, causando scetticismo nei casi migliori e reazioni violente (ad esempio con video di barbie distrutte o bruciate caricati sul web) nei peggiori, a dimostrazione, in effetti, dell’esistenza di un problema di fondo. In questo universo Ken, per definizione, esiste in funzione di Barbie, come suo accompagnatore non indispensabile. Nello specifico, si tratta di un uomo che, non ricambiato da una donna, tenta di distruggere lei e il suo mondo e crearne uno a sua misura, passando da Barbieland a Kendom (“Land of the Free and the Men”). Ken, in un certo senso, possiede le radici del patriarcato fin dall’inizio, per questo vi si riconosce immediatamente quando vi entra in contatto. Ma il film non si limita a renderlo un cattivo unidimensionale con il solo scopo di generare un ambiente in cui è al centro dell’attenzione delle donne e tutto esiste per elevare la sua presenza. Come viene esplicitamente detto, “Kendom contiene i semi della propria distruzione”. Infatti, un sistema basato sul potere e il controllo sugli altri non può che rivelarsi dannoso per chiunque al suo interno. Inevitabilmente, la necessità dei Ken di sopraffare le Barbie diventa necessità di sopraffazione reciproca, e basta giocare sui loro fragili ego per farli entrare in conflitto tra di loro. Il finale di questo percorso è catartico per tutti gli uomini: superando la mascolinità performativa si scopre la solidarietà maschile sana, ed è mettendosi in contatto con le sue emozioni, fragilità e insicurezze che Ken si emancipa dalle aspettative del patriarcato su di lui e accetta di essere abbastanza (“kenough”) per com’è veramente.

Aldilà delle critiche (legittime o meno) che può aver ricevuto, il film dà sicuramente degli spunti per un femminismo come cammino di miglioramento e restituisce potere all’universo femminile, riconoscendo la sua bellezza e varietà, come nel montaggio sulla sorellanza nel finale, particolarmente potente nel contesto di una visione collettiva al cinema. È attraverso esperienze comunitarie del genere, condivisibili dalle altre donne, ragazzine, madri, sorelle e amiche presenti in sala, che si può descrivere la forza dei legami femminili in un mondo di cui costituiamo metà della popolazione, ma in cui siamo ancora lasciate ai margini.

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