Caro Pasolini, 

sentivo la necessità di scriverti una lettera, di lamentela, di chiarimenti che non avranno mai una risposta, di appello a trovare una definizione a quello che sei stato. 

Ho sentito così tanto parlare di te, soprattutto negli ultimi anni, quando maturando diventi un tema trattabile, a cui è possibile accedere con la premurosa collocazione del bollino giallo. Ti si addice quella etichettatura, forse a volte eufemistica, che comporta il necessario affiancamento di chi ti ha indagato e compreso, o per lo meno ha cercato di farlo e pretende di esserci riuscito. Perché dalla duplice natura in cui ti ho approfondito quest’anno, quella giornalistica e quella letteraria, tutto ciò che ho colto come veritiero, è che non sia possibile definirti con precisione e forse non per una limitatezza di coloro che ti analizzano, ma per tua volontà. Forse alla fine, neanche tu sapevi esattamente chi fossi. E ancora forse, è l’unico pensiero che, a mio avviso, ti rende più piacevole se non a tratti giustificabile. Perché nonostante in questo ultimo periodo io sia entrata a contatto ravvicinato con ciò che eri, rimango ancora contraddetta su come andare a definirti, se apprezzarti o meno. 

Lo scorso novembre, a cinquant’anni dalla tua sfortunata fine ti indago: vedo narrazioni (chissà se le avresti apprezzate, ma penso che avresti tratto qualche interpretazione polemica anche da queste) e alla luce di quello che sono giunta a scoprire di te, mi disturbi.

Ti glorificano, ti ricordano, ti venerano perchè portavoce di una realtà così sconosciuta ai più, una regione marginale, geograficamente e culturalmente di cui hai sentito il richiamo atavico in giovane età. Da Bologna ti sei addentrato in questo piccolo mondo provinciale e lo hai reso tuo, imparandone la lingua, insegnandola ai più piccoli in una abbozzata scuola casalinga e rivendicandone il valore nella Accademiuta di lenga furlana. Come di un orfano privo di affidatari ti sei appropriato di questo angolo del Friuli e te ne sei preso cura, dandogli una forma scritta, una voce in versi, un corpo in prosa.

Il crescendo della tua fama ti ha portato a sfiorare il sole e come un mito greco, rovinosa è stata la caduta: una serata di festa e di peccato, e non per l’omosessualità che unica ricondurrai al rifiuto friulano nei tuoi confronti, ma per la giovane età di coloro che ti attraevano. A salvarti fu il prato privato in cui avvenne il fatto, impossibile era per questo incolparti di atti osceni in luoghi pubblici, oltre all’ancora inesistente concetto di “abuso” che oggi utilizzeremmo per definire le tue azioni. Allo scoprire questo trascorso, muore il dio friulano: perché nelle storie viste a novembre, nei corsi affrontati, nelle parole orgogliose dei tuoi e miei compaesani, vieni ricordato unicamente come portavoce eroico di questo angolo del Friuli quando c’è questo lato oscuro, torbido del tuo passato che oggigiorno verrebbe condannato? 

Allora però, prima che il tempo cancellasse lo scandalo di Ramuscello, la notizia prevalse sul nome che eri riuscito a costruirti: fuori dal PCI, fuori dalle aule, fuori dal paese. Non ti cacciarono però da Casarsa, te ne andasti tu, appesantito dalle battute che ti perseguitavano e dalle violenze di un padre che non è riuscito a sostenere l’omosessualità del figlio. Ritorni ad essere eroe, salvando la tua adorata madre, Susanna, scappando a Roma. 

Avevi già creato qui un terreno fertile anni prima, in occasione di viaggi di piacere, ma anche d’affari nella speranza di tessere le tue reti di amicizie tra gli intellettuali della città. Forse prevedevi già un tuo approdo nella capitale, oppure hai colto l’occasione favorevole per fuggirvi. Una terra promessa: luogo di occasioni ma anche in cui potevi essere te stesso senza dare nell’occhio. Lentamente sei riuscito a spiccare, facendoti spazio a spintoni, a controversie, tra gli illustri della città, nel mentre, soccombevi nella Roma più povera, del peccato, lontana dal conformismo sociale che ti repelleva e che ti portò ad addentrarti in quella parte di società che più ti affascinava e che hai voluto raccontare a parole e immagini. 

Vedo un giovane Pier Paolo Pasolini che si sente costantemente stretto: dal semplice paesino friulano ai tuoi linguaggi espressivi, hai voluto di più, vorrai sempre di più, nulla ti basterà per quel fiume in piena che avevi in testa, portandoti a sperimentare qualunque forma, nell’insufficienza di ciascuna di esse di riportare ciò che tu coglievi. Cinema, letteratura, giornalismo, addirittura pittura, personale e intima, l’unica con la quale hai violato l’indole polemica che ha caratterizzato tutte le altre arti di cui hai usufruito. Ne traspare un intellettuale controverso e sovversivo, che di ogni lettura dava una contro-lettura conflittuale a quella egemonica. Disturbavi quella volta, disturbi ora, nell’estremismo delle tue opinioni che non risparmiavano alcuna tematica: dai giovani studenti sessantottini, visti da te come figli di papà nati troppo tardi per giustificare le loro rivolte, alla moda dei “capelloni”, inguaribile gesto conformista, fino all’aborto, anche questo da te additato come sintomo di un’ulteriore omologazione di massa. Tuo acerrimo nemico, la società dei consumi, che senza scrupoli hai definito come nuovo fascismo e che hai combattuto fino alla fine, creando quel personaggio polemico che ancora oggi desta simpatie e controversie. 

Sostenevi che il sacro fosse tutto quello che il potere non potesse controllare e sei riuscito ad essere un mito sacro e dogmatico, sconsacrando, insultando, schivando ogni conformità, ogni regola, ogni tentativo di lettura. E ti accontento, io come coloro da cui ho tratto le informazioni su di te, essendo certa che nonostante si possa approfondire ogni particolare della tua vita, continuerai a scivolare via da qualunque considerazione si possa sviluppare nei tuoi confronti, conquistando cuori certamente, ma anche rifiuto, soprattutto nei più giovani che sempre più si sensibilizzano su ciò che invece tu contrastavi. Chissà se un giorno verrai riconosciuto universalmente nella totalità del tuo essere o solo per le opere e i dibattiti ambiziosi che hai affrontato. 

È stato quasi un piacere. 

Probabilmente a presto, Benedetta. 

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