«sono di qui, così come la palma che sta nell’atrio di casa nostra è cresciuta in casa nostra e non d’altri. Che siano venuti in casa nostra, non so perché, forse vuol dire che ci dovremmo avvelenare il presente e il futuro? Usciranno dai nostri paesi, presto o tardi, come molti popoli della storia sono usciti da molti paesi. Le ferrovie, le navi, gli ospedali, le fabbriche e le scuole saranno nostri e noi parleremo la loro lingua senza nessun senso di colpa né di riconoscenza. Saremo come siamo: gente comune e se saremo menzogne saremo menzogne di nostra propria invenzione.»

Decolonizzare il pensiero deve essere, per le persone cosiddette provenienti dal Nord del mondo, una prospettiva, un impegno, un progetto, una prassi. Riconoscersi parte di un post colonialismo, però, è altrettanto difficile. Un ottimo modo per iniziare è decolonizzare la propria libreria: diversificare, leggere più autrici e autori che provengono da paesi diversi, che vivono ancora in quei paesi.  La potenza della letteratura è proprio questa: avvicinarci, empatizzare con il diverso, suscitare nuove riflessioni. 

La stagione della migrazione a Nord è, in questo senso, il punto di partenza di questo viaggio. Tayeb Salih, l’autore, è un vero cosmopolita, sudanese originario di un piccolo borgo agricolo,  vissuto tra Sudan, Londra e Parigi, autore di programmi in lingua araba per la BBC, editorialista per un giornale arabo in Inghilterra, ministro dell’informazione in Qatar, ambasciatore Unesco negli Stati del Golfo.

Il libro è uscito per la prima volta sulla rivista libanese Hiwàr e subito edito nel 1967. È sempre stata consuetudine per gli autori in lingua araba di pubblicare a Beirut, da sempre meno avvezza alla censura. Curiosamente, quello è anche l’anno in cui dall’altra parte del mondo un altro scrittore dava alla luce uno dei miei romanzi preferiti, cent’anni di solitudine, mentre, altrove ancora, veniva finalmente pubblicato senza censure quello che è uno dei romanzi che più ho odiato, il Maestro e Margherita. Nel mezzo, questa perla scoperta per caso. A lungo, fino al 1989, il romanzo è stato proibito in Sudan per la presenza di immagini a sfondo sessuale che disturbavano il governo islamico. Oggi, invece, è tradotto in più di venti lingue, e in Italia godiamo di una splendida traduzione affidata a Francesco Leggio nelle due edizioni Sellerio del 1992 e 2009. Nel 2001, l’Accademia arabica lo ha definito “il più importante romanzo arabo del XX secolo”.

Questo libro unisce in maniera sublime la migliore tradizione araba delle mille e una notte, con la cultura africana, con i classici della letteratura inglese, con l’aspra crudeltà della natura umana, di per sé vendicativa, con il deserto e con l’acqua del Nilo. Il tutto, incorniciato dalla critica al colonialismo e dal profondo sentimento di scollamento che hanno le persone migranti, che non sono più simili ai propri connazionali, ma non saranno mai del tutto integrati nel nord che hanno scelto.

Il libro racconta di un giovane che torna a casa sua, in un piccolo villaggio sulle sponde del Nilo, dopo 7 anni passati nel “paese dove si muore di freddo”, l’Inghilterra, per studiare. L’io narrante, di cui non sapremo mai il nome, tornando si rende conto che il suo villaggio è diverso. C’è  un uomo sconosciuto e diverso dalle persone del villaggio: Mustafà Sa’ìd. I due uomini intrecciano poco a poco i loro destini e si scoprono più simili del previsto, tanto che, poco a poco, il narratore, ovvero il giovane, lascia il suo posto alla narrazione in prima persona di Mustapha Said, suo Alterego.

Figlio di un padre morto e di una donna divenuta ormai apatica, simbolo della terra violentata dal colonizzatore, Mustafà Sa’ìd cresce senza amore e senza sentimenti ma con un’intelligenza molto sviluppata. Primo sudanese a studiare in Inghilterra, diventerà un brillante intellettuale a Londra, che nasconde però un segreto piano di rivalsa: conquistare giovani donne inglesi per indurle poi al suicidio. In questo gioco di seduzione malato il giovane Mustafà utilizza tutti gli stereotipi che gli inglesi hanno sugli africani per conquistare le ragazze. Ma una volta tornato in Sudan si costruirà una camera segreta, alla maniera inglese, nella quale solo il protagonista avrà accesso, credendo di vedere sempre il fantasma di  Mustafà e poi di sé stesso.

Al centro del romanzo ci sono i corpi: quelli degli uomini sono in movimento, spesso prestanti e seducenti. Quelli delle donne sono strumenti sessuali, sui quali si riversa la crudeltà e la vendetta degli uomini.  Diverse sono le scene in cui la sessualità si mescola alla violenza e alla morte, quasi come se ogni donna che Mustafà induce al suicidio è un tentativo di uccidere una parte di sé. La narrazione è volutamente confusionaria, che stordisce il lettore a tal punto da non riuscire a tenere insieme tutti i pezzi della storia, così come non riesce nemmeno il protagonista, che ascolta il racconto di Mustafà Sa’id.  

Lo spazio è un altro focusil ritorno nel luogo di origine, dal punto di vista di chi è rimasto, non rende automaticamente ben accetti perché è come se avessero perso una qualche forma di aderenza alla cultura da cui derivano. Allo stesso modo la cultura occidentale rimane perennemente non identitaria per chi affronta la migrazione, creando un sentimento di appartenenza mai pienamente soddisfatto o esaudito 

La cornice del romanzo è il Nilo, un elemento mistico, che alla fine giocherà un ruolo fondamentale e nel quale emergerà potente il simbolismo di questo fiume. Un fiume che nasce nel centro dell’Africa e scorre da Sud verso Nord, che con le sue acque è salvezza e condanna del popolo.  

L’ultima parola del libro è un appello: «Aiuto!» che chiama all’azione. Il lettore diventa quindi un soggetto attivo, e può decidere se rispondere al richiamo del protagonista, che cerca il Nord ma è respinto a Sud.

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