La musica pop vive di donne, ma punisce quelle che alzano la voce

di Vittoria D’Antonio

Negli ultimi anni ci siamo sentite ripetere una frase fino allo sfinimento: oggi basta una denuncia, un’accusa o un post sui social per distruggere la carriera di un uomo. È diventata quasi una verità automatica, uno di quei luoghi comuni che vengono ripetuti così tante volte da sembrare fatti.

Eppure, osservando il mondo della musica, viene spontaneo chiedersi: dove sono tutti questi uomini distrutti?

Perché la realtà racconta una storia diversa. Molti artisti accusati di comportamenti violenti, molestie o abusi continuano a vendere dischi, riempire stadi e accumulare milioni di ascolti. Alcuni attraversano una fase di crisi reputazionale, certo. Ma spesso tornano. Magari con un’intervista in cui parlano della loro sofferenza, di quanto sia stato difficile quel periodo, di come siano cambiati. La cultura pop sembra avere una straordinaria capacità di concedere seconde occasioni agli uomini.

E non sto dicendo che nessuno debba mai avere una seconda possibilità. Sto dicendo che questa possibilità non viene distribuita in modo uguale. Per gli uomini esiste ancora la figura del “genio tormentato”. Il musicista difficile. Il ribelle. Quello che tratta male colleghi e collaboratori ma è un perfezionista. Quello che ha un carattere impossibile ma è un artista straordinario. Quello che sbaglia, cade, si rialza e viene raccontato come un personaggio complesso.

La complessità, agli uomini, viene concessa. Alle donne molto meno.

Pensiamo a quante artiste sono state odiate pubblicamente non per ciò che avevano fatto, ma per come apparivano. Per il loro carattere percepito. Negli anni Duemila era quasi uno sport collettivo demolire donne famose. Britney Spears veniva trasformata in spettacolo durante una evidente crisi personale, Paris Hilton liquidata come una “bionda stupida”, e Monica Lewinsky diventava il volto dello scandalo mentre l’uomo più potente coinvolto ne usciva con danni reputazionali assai minori. Nonostante fosse il presidente degli Stati Uniti d’America. Il meccanismo era chiaro: il giudizio pubblico colpiva soprattutto le donne. Il meccanismo non è scomparso. Ha semplicemente cambiato forma.

Oggi una cantante può diventare oggetto di odio online per essere troppo ambiziosa, troppo presente, troppo strategica. Se cura ogni dettaglio della propria immagine è calcolatrice. Se non lo fa è trasandata. Se parla di politica è opportunista. Se non ne parla è privilegiata e disinteressata. Alle donne si richiede continuamente un equilibrio impossibile.

Pensiamo anche al linguaggio che usiamo. Un uomo è esigente. Una donna è” bossy”. Un uomo guida. Una donna comanda.

Sembrano sfumature, ma il linguaggio costruisce la percezione pubblica. E la percezione pubblica costruisce carriere.

Non è un caso se una delle accuse più frequenti rivolte alle artiste sia quella di essere “delle dive”. Una parola che raramente viene usata come complimento. Dietro quella definizione spesso non c’è la descrizione di un comportamento specifico, ma una punizione sociale per aver occupato troppo spazio. E il paradosso è enorme.

La musica pop contemporanea è sostenuta in larga parte dalle donne. Le donne sono il motore invisibile di gran parte dell’industria dell’intrattenimento. Eppure le artiste continuano a essere osservate con una severità che raramente viene applicata ai loro colleghi uomini. Quando un uomo viene accusato di qualcosa di grave, il dibattito si sposta rapidamente sulla separazione tra arte e artista. Quante volte abbiamo sentito dire: “Sì, ma la musica resta bella”? La generale dimenticanza grazie ai “peccati espiati” e “uomini cambiati” come Chris Brown?

Quando una donna diventa impopolare, invece, il giudizio investe tutto: il suo lavoro, il suo corpo, la sua personalità, la sua voce, la sua vita privata. Non deve nemmeno aver commesso qualcosa di grave. A volte basta risultare sgradevole. E forse è qui che il racconto della “cancel culture” mostra tutti i suoi limiti. Perché se guardiamo chi viene davvero controllato, ridimensionato e giudicato quotidianamente nello spazio pubblico, troviamo ancora soprattutto donne. Non donne perfette. Non donne sempre innocenti. Semplicemente donne a cui viene richiesto qualcosa che agli uomini raramente viene imposto: essere talentuose senza essere minacciose.

Forse la vera domanda non è perché alcuni uomini riescano a sopravvivere alle accuse, forse la domanda è perché continuiamo a trovare così insopportabile una donna che esercita potere, pretende rispetto o rifiuta di rendersi accomodante.

Prendiamo Taylor Swift: Taylor è una delle poche artiste contemporanee a essere criticata contemporaneamente da destra, sinistra, stampa tradizionale e social media. Alcune critiche sono legittime: è una miliardaria, ha utilizzato jet privati in modo molto discusso, le sue prese di posizione politiche sono spesso state considerate tardive o prudenti. Ma ciò che colpisce è la sproporzione. Perché il fatto che Taylor sia miliardaria viene continuamente trattato come una colpa morale che definisce l’intera sua persona, mentre difficilmente vediamo la stessa ossessione nei confronti di uomini altrettanto ricchi o più ricchi dell’industria musicale. La discussione spesso smette di riguardare il capitalismo, i privilegi o la concentrazione della ricchezza e diventa una discussione su Taylor Swift come individuo. A volte, una scusa per diffondere commenti misogini. Allo stesso modo, le viene chiesto di essere politicamente impeccabile in ogni momento.

Sono critiche che possono essere rivolte a chiunque abbia una piattaforma enorme. Ma raramente vediamo artisti uomini sottoposti allo stesso esame morale permanente. A loro viene ancora concesso di essere musicisti. A lei viene chiesto di essere contemporaneamente artista, attivista, modello etico, commentatrice politica e cittadina perfetta.

Ancora più inquietante è quello che è successo a Beyoncé durante l’esplosione dello scandalo legato a Sean Combs.

Nel 2024 milioni di utenti hanno iniziato a condividere su TikTok e X la teoria del “She Knows”. L’idea nasceva da una reinterpretazione assurda della canzone She Knows di J. Cole: il titolo sarebbe stato un riferimento a “Knowles”, il cognome di Beyoncé, e proverebbe che lei sapesse tutto dei presunti crimini di Diddy. Da lì si è passati rapidamente a sostenere che Beyoncé fosse coinvolta in coperture, omicidi di altre star e manipolazioni dell’industria musicale. La parte più interessante, però, non è la teoria in sé. È il fatto che abbia trovato terreno fertile. Per settimane i social sono stati invasi da video che interpretavano ogni premiazione, ogni Grammy, ogni vittoria commerciale come prova di una gigantesca cospirazione. Analisi musicali inesatte sulle classifiche, sui premi e sulle vendite venivano presentate come “evidenze”. Artiste che avevano semplicemente perso un premio contro Beyoncé venivano reinterpretate come vittime terrorizzate. Adele che la elogia. Harry Styles che la ringrazia. Lizzo che la cita. Tutto diventava prova di una presunta organizzazione criminale. Eppure il legame concreto era estremamente semplice: Beyoncé e suo marito Jay-Z conoscevano Diddy e frequentavano gli stessi ambienti dell’industria musicale. Esattamente come una quantità enorme di artisti, produttori, manager, dirigenti discografici e celebrità che per decenni hanno orbitato negli stessi circuiti. Ma nel racconto collettivo, a un certo punto, il “mostro” della storia è diventata Beyoncé. Non Diddy, imputato e al centro delle accuse. Non un sistema industriale che per anni ha premiato uomini potenti. Non le reti di complicità che attraversano Hollywood e l’industria musicale. Beyoncé.

Una donna nera, potentissima, ricchissima, percepita come irraggiungibile e quindi particolarmente adatta a diventare il volto della cattiveria assoluta. Alcuni meme erano evidentemente ironici, ma altri venivano condivisi in modo del tutto serio. E il passaggio da “artista influente” a “mente criminale dietro l’industria musicale” è avvenuto con una rapidità impressionante. Forse perché continuiamo ad avere difficoltà ad accettare il potere femminile senza attribuirgli qualcosa di oscuro. E diventa ironico, perché forse, nel profondo, sappiamo quanto sia più complesso e ricco di sacrificio il percorso verso la fama per una donna che vuole farcela da sola. 

Alla fine, ciò che emerge non è tanto una questione di successo o insuccesso, ma di aspettative. Nel mondo della musica, gli uomini possono essere contraddittori, controversi, persino discutibili, senza che questo metta necessariamente in discussione il loro valore artistico. Le donne, invece, continuano a essere sottoposte a un esame permanente che va ben oltre la musica: il carattere, le opinioni, l’ambizione, il modo in cui gestiscono il proprio potere. E forse è qui che si nasconde il vero squilibrio: non in chi finisce più spesso sotto i riflettori, ma in chi viene osservato con una severità che agli altri non viene richiesta.

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