Il Manifesto di Rivolta Femminile recita:

“La donna non va definita in rapporto all’uomo. Su questa coscienza si fondano tanto la nostra lotta quanto la nostra libertà. L’uomo non è il modello a cui adeguare il processo della scoperta di sé da parte della donna. La donna è l’altro rispetto all’uomo. L’uomo è l’altro rispetto alla donna. L’uguaglianza è un tentativo ideologico per asservire la donna a più alti livelli.  Liberarsi per la donna non vuol dire accettare la stessa vita dell’uomo perché è invivibile, ma esprimere il suo senso dell’esistenza. […] Comunichiamo solo con le donne”. 

Cosa vuol dire esser donna? Ed esser uomo? Donna e uomo possono essere definiti senza essere messi in rapporto l’uno con l’altro?

Da sempre, l’uomo ha avuto necessità di definire, di dare un nome a sé stesso e a ciò che lo circonda. Il linguaggio, in questo senso, è ciò che caratterizza l’uomo nella sua essenza: l’uomo è perché è linguaggio. Nominare, definire, pronunciare è ciò che rende esistente una dinamica, un ente, una persona. Se non ne parlassimo, non esisterebbe. De-finire è caratteristica esistenziale dell’uomo. Noi viviamo attraverso il nostro linguaggio, siamo il nostro linguaggio, siamo ciò che diciamo perché altrimenti non saremmo. Infatti, non possiamo pronunciare ciò che non esiste, l’esistenza per l’uomo è condizionata dal linguaggio, vale a dire da ciò che gli permette di esprimere sé stesso: arte è linguaggio, musica è linguaggio, danza è linguaggio. Noi non siamo solo la nostra mente, ma siamo anche il nostro corpo, le nostre emozioni. Linguaggio è tutto ciò con cui esprimiamo noi stessi. Anche il silenzio, le lacrime, il suono della nostra risata, il nostro sguardo, sono linguaggio ed espressione.

È proprio in questo suo definire e definirsi che l’uomo ha creato la propria identità. Sono una studentessa, sono una musicista, sono un uomo, sono un animale, sono una donna… 

Oggi è difficile esprimere sé stessi, trovare la nostra identità, dire fermamente io sono. Questo accade nel momento in cui l’identità viene considerata come un limite, una chiusura. Crediamo che definirci in delle categorie voglia dire chiuderci in noi stessi, escludere delle possibilità, ridurci ad una semplice parola. In realtà, dovremmo sempre tener conto di cosa significhi identità e con quale processo ci sentiamo di affermare “io sono”. 

La parola identità deriva dal latino idem, “medesimo”: dire che un essente ha un’identità, vuol dire che questo essente è identico a sé stesso. Esprimendolo in una formula, diremmo A=A. Ogni essente che ha una propria identità è unico in sé stesso e identico a sé stesso: A è A, non è B, C o D. Ma cosa vuol dire essere unici? Lo notiamo da quanto appena scritto: essere unici vuol dire esser diverso da quel che è intorno. L’identità di un essente è proprio ciò che lo rende tale, unico, sé stesso e non un altro essente. L’identità è ciò che ci rende differente rispetto agli altri. 

Differente o diverso? 

Seppur possono sembrare due sinonimi, in realtà, se guardiamo all’etimologia di queste due parole notiamo una piccola differenza. 

Diverso, dal latino diversitas è composto da dis, “altrove” e da vertere, ossia “volgere”. Il termine indica, quindi, il volgere in altra parte, il deviare, il cambiare direzione. Da qui derivano termini come divertium, “divorzio”, pervertere, “perversione”, advertere, “avversione”: notiamo che diversità ha radici che esprimono un’idea di separatezza, contrarietà, lontananza. 

Se, invece, osserviamo il termine differenza, vediamo che deriva dal greco ed è composto da dis, “qua e là” e fero, “portare”, indicando un portare altro in varie direzioni, portare qualcosa verso qualcun altro o qualcos’altro, venendo ad assumere un significato più positivo che si basa sulla relazione tra due. 

Diverso e differente sono due termini che oggi hanno un significato pressoché identico, ma per ciò che cerchiamo di esprimere qui, differenza può aiutarci a comprendere meglio il concetto di identità

Cercare di delineare l’identità di qualcuno o qualcosa, vuol dire riconoscerlo per quello che è, ma anche riconoscere la differenza che intercorre tra esso e ciò che lo circonda. Differenza tra due persone non vuol dire discriminazione tra le due, ma, in origine, indica una relazione che porta un qualcosa in più, che apre ad altre possibilità, a nuovi modi di essere. Avere una propria identità vuol dire essere differente dagli altri, quindi rapportarsi con l’altro, dare e ricevere. Noi non possiamo essere senza relazione con l’altro: non ridiamo se non c’è qualcuno a farci ridere, non piangiamo se non c’è qualcuno a farci piangere, non ci definiamo donna se non c’è un uomo con cui ci confrontiamo, non ci definiamo uomo se non c’è una donna con cui confrontarci. 

L’identità si nutre della differenza. Ciò che ognuno di noi è, nella sua unicità e inimitabilità, lo è grazie ad un altro che è diverso da lui. Siamo bianchi perché ci sono i neri, siamo italiani perché ci sono altre nazionalità, siamo donne perché ci sono gli uomini, siamo uomini perché ci sono donne, siamo morali perché siamo immorali, siamo a favore perché siamo contro. Non esiste identità che non sia ciò che è diverso da esso. Ognuno di noi trova sé stesso nella relazione con la diversità dell’altro. 

Alla luce di quanto appena detto, leggere il Manifesto di Rivolta Femminile, può sembrarci contraddittorio, ma dobbiamo contestualizzare.

Definirsi donna vuol dire accettare discriminazioni storiche che un sistema di oppressione ci ha trasmesso: vuol dire combattere costantemente contro stereotipi, violenze verbali e fisiche, aspettative. Che ci riguardi in prima persona o meno, è innegabile che esser donna vuol dire combattere per il proprio posto nel mondo e non saremmo qui se in passato, altre donne, non avessero preso le distanze da ciò che gli uomini volevano per loro, come il Manifesto dimostra. Esser donna vuol dire prenderci lo spazio che ci è stato negato per troppo tempo, vuol dire farci sentire, esprimere noi stesse, la nostra differenza, il nostro modo di pensare.

Il Manifesto è stato scritto a Roma nel luglio del 1970 e fu uno degli scritti più importanti per la liberazione della donna dall’oppressione dell’uomo. Quando le donne hanno preso coscienza della loro sottomissione, era necessario che comunicassero tra di loro, che si creasse una coscienza critica comune, che essere donna non significasse più essere ciò che l’uomo identificava per lei. Il Manifesto di Rivolta Femminile è fondamentale ancora oggi per tutte le donne che basano la loro identità su ciò che viene detto loro di essere, in Italia e non. Le donne devono comunicare tra loro, noi donne dobbiamo guardarci in faccia e capire chi siamo, dobbiamo dialogare, amarci, capirci, unirci, essere una accanto all’altra. Deve esserci supporto, ma anche crescita. Liberarci per noi donne non vuol dire entrare nella forma mentis dell’uomo, ma vuol dire esprimere liberamente la nostra differenza e portarla all’altro. 

Inizialmente il movimento femminista ha avuto necessità di distaccarsi dagli uomini e, su questa stessa onda, dobbiamo continuare a chiederci se il nostro modo d’essere è condizionato o meno dallo sguardo maschile. Il nostro esser donna mai dovrà esser definito da un uomo, questo il Manifesto lo spiega bene e da esso dobbiamo continuare ad attingere per portare avanti la coscienza femminista e sradicare il sistema patriarcale in cui viviamo. Oggi, però e per fortuna, abbiamo fatto alcuni passi avanti e molti uomini stanno prendendo coscienza di come il patriarcato influenzi anche il loro modo d’essere, di come sono vittime di un sistema che non li lascia liberi di essere sé stessi, che li rende violenti e che li limita. Ci stiamo rendendo sempre più conto delle differenze che intercorrono tra gli stereotipi di uomo e donna. Siamo arrivati al punto in cui dobbiamo allearci, uomini e donne. Non dobbiamo essere uguali, ma dobbiamo differire, scambiarci opinioni, guardarci, comprenderci, tendere una mano. In un mondo che vuole dividerci, non possiamo permetterci ulteriori separazioni. Non possiamo definire l’esser donna senza lo sguardo di chi differisce da noi. Comunichiamo, uomini e donne. 

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