Il nostro dolore ha il diritto di essere vissuto

di Ludovica Di Ciano

Quante volte, di fronte ad un’esperienza fisica o emotiva dolorosa, ci siamo chiesti il perché stesse succedendo proprio a noi? Quante volte abbiamo espresso il desiderio di smettere di soffrire? Senza sapere che è proprio il dolore a permetterci di restare vivi.

Dal punto di vista semeiologico, il dolore è un’esperienza sensoriale ed emotiva sgradevole, associata ad un danno tissutale effettivo o potenziale o descritta in termini di tale danno. Eppure, sebbene sia un’esperienza più o meno sgradevole, è proprio grazie a questa che riusciamo a sopravvivere. Il dolore è infatti un segnale di allarme: ci avvisa quando c’è qualcosa che non funziona come dovrebbe e ci pone nella condizione di riconoscere ed evitare un pericolo.

In medicina, esiste una patologia genetica rara associata all’incapacità di percepire dolore; è nota come insensibilità congenita al dolore (CIP) e ne sono stati descritti un centinaio di casi in tutto il mondo. Le persone affette da tale patologia non sono in grado di percepire dolore e per questo sono più a rischio di incorrere in situazioni di pericolo rispetto alle persone che presentano una normale percezione sensoriale. Nel migliore dei casi, le persone affette da CIP, riescono a sopravvivere senza però acquisire mai una completa autonomia di vita, in quanto devono essere costantemente controllate e monitorate per evitare che si pongano in situazioni di pericolo; nel peggiore dei casi invece, esse muoiono in giovane età a causa delle lesioni riportate in seguito ad ustioni, automutilazioni o altri traumi non percepiti tempestivamente e non trattati. Il dolore quindi, pur essendo a volte un’esperienza estremamente sgradevole, è una condizione necessaria e tale da permetterci di essere in grado di riconoscere un pericolo, reale o potenziale, e di allontanarci da esso.

L’esperienza dolorifica è oggetto di indagine di numerose branche del sapere ed è una delle tematiche più rappresentate dagli artisti. Sebbene il dolore sia molto studiato, risulta impossibile descriverlo e definirlo in maniera univoca in quanto è un’esperienza estremamente soggettiva e modificabile da numerosissimi fattori biologici, psicologici e sociali. Pertanto, parlando di dolore, non faccio riferimento ad un dolore-sintomo o malattia specifici dato che sarebbe ingiusto, oltreché impossibile, generalizzare; piuttosto, faccio riferimento al dolore come esperienza sensoriale ed emotiva imprescindibile nello sviluppo cognitivo-comportamentale di ogni individuo. 

Secondo il filosofo sudcoreano e tedesco Byung-chul Han, è proprio il dolore e il rapporto che gli individui all’interno di una società hanno con esso che ci permette di comprendere la società stessa. La sofferenza diventa così un codice in grado di spiegare la realtà.

Han definisce la nostra come una società senza dolore in cui tutta la sofferenza è stata bandita dalle vite, almeno apparentemente. A differenza di visioni culturali passate, la società contemporanea tende a vedere il dolore come un’esperienza da evitare, controllare, nascondere o eliminare. Il dolore molto spesso viene taciuto e messo a tacere. 

A mio avviso, un esempio di questo assunto è rappresentato dall’utilizzo che facciamo dei social networks. Infatti è lì che trascorriamo una buona parte delle nostre giornate ed è lì che ricerchiamo alcuni tra i bisogni fondamentali al nostro sviluppo come individui, quelli che Abraham Maslow definisce bisogni di appartenenza, stima e autorealizzazione. Sui social networks, nella gran parte dei casi, condividiamo soltanto momenti di vita imbellettati e preconfezionati al meglio, atti a descrivere una realtà perfetta in cui sembra sia concesso soltanto di essere felici. E in cui il dolore perde ogni tipo di significato. Ormai sappiamo che quello che comunichiamo di noi, attraverso i social media, è solo una piccola parte di quello che siamo e che proviamo realmente e che ciò che vogliamo mostrare agli altri non è detto che coincida perfettamente con quello che siamo. Tuttavia, a volte mi chiedo se la narrazione che facciamo di noi, attraverso i social, si ripercuota sul modo in cui viviamo i nostri sentimenti anche nella vita reale. E, al contempo, mi domando se sia influenzata dalle abitudini comportamentali che mettiamo in atto nella vita di tutti i giorni e che poi vengono veicolate e amplificate dai social.

Infatti, in una società in cui dominano produttività, competitività e performatività sfrenata, dove siamo costantemente in movimento, correndo verso obiettivi che si allontanano progressivamente e che probabilmente non raggiungeremo mai, non c’è spazio per la sofferenza. Siamo alla continua  ricerca del benessere e della felicità a tutti i costi; noi, così occupati a paragonare le nostre vite a quel poco che gli altri ci lasciano intravedere delle loro, non abbiamo più il tempo per fermarci e guardarci. Per attraversare il nostro dolore, fino a riuscire a toccarlo.

E così facciamo finta che non esista. Lo nascondiamo, lo soffochiamo, non lo affrontiamo. 

E quando poi arriva, perché alla fine arriva, non sappiamo come comportarci. 

E così, privi di qualsiasi forma di empatia o di umanità, finiamo per sentirci in diritto di giudicare il modo in cui una madre affronta la malattia terminale di sua figlia perché una brava madre non si comporta così. Oppure il modo in cui una famiglia piange, e al contempo cerca di sopravvivere, davanti alla bara di un suo figlio e nipote perché se canti e sorridi guardando il cielo è evidente che nella tua testa c’è qualcosa che non va. O ci arroghiamo il diritto di sminuire le ragioni per le quali una persona diversa da noi, con il suo corpo e con la sua testa, decida di voler portare e di mostrare le proprie cicatrici su un palco, utilizzando il proprio corpo come strumento di potere, di lotta, di forza e di bellezza perché sì, si può essere belle e forti anche nel dolore.

Noi non siamo soltanto il nostro dolore. Ma il dolore è inevitabilmente parte di noi ed è un’esperienza frequente, probabilmente molto più di quanto lo sia la felicità. 

Ognuno ha il diritto di vivere il proprio dolore nel modo che ritiene più opportuno per sé, senza vergogna e senza giudizio.

Siamo parte di una società in cui si fa ancora molta fatica ad accettare che non esiste un unico tipo di dolore, così come non esiste un unico modo “giusto” di viverlo. Anche se non è possibile essere sempre in grado di sentire il dolore dell’altro e di comprenderlo fino in fondo, almeno dovremmo provare a rispettarlo

Affinché questo avvenga, dobbiamo prima imparare a vedere e rispettare il dolore che è dentro ognuno di noi. Io non posso sapere quale rapporto tu abbia con il tuo dolore ma so che ho impiegato moltissimo tempo a comprendere quale sia il mio.

Per molto tempo ho ignorato il mio dolore. Forse ancora non riuscivo a vederlo o non ero pronta a farlo. Lo sentivo, però, e lo cercavo negli altri; e provavo a curare il dolore degli altri.

Probabilmente era il modo che utilizzavo per arrivare a vedere e toccare il mio, di dolore.

Quando alla fine l’ho riconosciuto, ne ho avuto paura: pensavo avrebbe potuto annientarmi.

Pensavo che non sarei stata in grado di affrontarlo.

Poi mi sono sentita in colpa per non averlo visto prima.

Ora sto cercando di dargli il giusto spazio all’interno di me perché so che ci sarà sempre, ma non devo averne paura.

Ho il diritto di viverlo.

Abbiamo tutti il diritto di vivere, e di vedere rispettato, il nostro dolore.

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