di Vittoria D’Antonio

C’è qualcosa di profondamente nuovo -e profondamente inquietante- nel modo in cui una parte della destra europea ha iniziato a parlare di donne, diritti e violenza di genere. Un cambiamento che non passa più (solo) dalla negazione del femminismo, ma dalla sua appropriazione selettiva. Il caso di Collectif Némésis è emblematico: un collettivo che si autodefinisce femminista, composto da donne, visibile, mediatico, antiviolenza, apparentemente inattaccabile. Eppure, proprio per questo, estremamente efficace come veicolo di una propaganda che ha smesso di presentarsi come minoritaria per diventare linguaggio di maggioranza.

Némésis parla di violenza contro le donne, ma lo fa restringendo il campo fino a renderlo funzionale a un unico obiettivo: spostare la responsabilità. Non più l’uomo, non più il sistema patriarcale, non più le strutture sociali che producono violenza, ma l’altro: il migrante, il corpo razzializzato, l’uomo non europeo. È qui che avviene la frattura più grave. Nella narrativa di Némésis l’uomo scompare, non c’è più il riconoscimento di un generale meccanismo di oppressore-oppresso, l’assoluzione va agli uomini europei. Si crea una pericolosa semplificazione delle dinamiche di genere, in cui la violenza maschile non è più un fatto strutturale, radicato e trasversale, diventa quasi un’anomalia importata, in cui “correlation is not causation” si annulla, e dunque anche i principi più rispettosi della statistica: il collegamento tra violenza di genere e immigrazione irregolare è quasi diretto. 

Collectif Némésis è stato già accusato di portare messaggi xenofobi e semplicistici, anche per il suo vago silenzio su molte questioni pressanti e urgenti della battaglia femminista, tra cui il diritto all’aborto mai esplicitamente supportato, ma in Italia sembra avere ancora (o già) uno sconcertante consenso, forse a volte poco consapevole del rischio sociopolitico che certe narrative continuano a propagare. 

Il primo risultato è la produzione di una deresponsabilizzazione collettiva, parziale colpa anche di altri movimenti femministi. Se la violenza viene sempre da “altrove”, e se il capro espiatorio è facile e comodo, prêt à porter come la loro ideologia fondamentale, allora nessuno è chiamato a interrogarsi sul proprio ruolo, sulle proprie pratiche quotidiane, sui propri privilegi. Il risultato è un femminismo che non disturba, che accontenta, che non chiede trasformazioni profonde, perché la profondità delle cause non le riconosce in primo luogo. 

Il femminismo intersezionale ha dimostrato, da decenni, che le oppressioni non si sommano in modo lineare ma si intrecciano: genere, razza, classe, provenienza, religione. Ha mostrato come la violenza patriarcale attraversi tutti i contesti e come le donne non siano un blocco unico, ma soggetti plurali, attraversati da rapporti di potere differenti.

Némésis fa l’operazione opposta. Si sposta anche da ogni insegnamento lasciatoci da teoriche come Andrea Dworkin, che parlava di questo interessante fenomeno proprio in “Right Wing Women”.  L’errore di questo collettivo, comunque, non è certamente teorico: è politico.

Ciò che rende Collectif Némésis davvero interessante non è tanto ciò che dice, ma quanto bene si inserisce nello spirito del tempo. Il suo è un femminismo semplice, immediato, spendibile, perfetto per un’Europa che si racconta come fortezza assediata, che parla di autodifesa, confini, identità.  

Quando il discorso sulla violenza e sui diritti delle donne viene selezionato, edulcorato e manipolato solo da un lato, il femminismo perde la sua forza trasformativa e diventa una vetrina per la propaganda della maggioranza. Ignorarlo significa lasciare che il linguaggio dei diritti femminili venga strumentalizzato per perpetuare esclusione, deresponsabilizzazione maschile e per un’idea di Europa chiusa e autarchica. Riconoscere questo meccanismo è un’urgenza politica, perché la battaglia per l’uguaglianza non può dimenticarsi delle responsabilità di chi, sin dall’origine, finanzia meccanismi di oppressione, comodi a uno status quo impari e, spesso, misogino.

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