di Vittoria D’Antonio
Immaginiamo di ricevere un messaggio da un’amica: “Hai visto cosa gira?”
Apriamo il link e per qualche secondo non capiamo. Poi guardiamo meglio. C’è il nostro volto,
il nostro corpo. Siamo nude. Solo che non siamo mai state nude davanti a quella macchina
fotografica. Quella fotografia non esiste. Non siamo mai state in quella stanza, non abbiamo
mai indossato quei vestiti, non abbiamo mai fatto ciò che quell’immagine sembra raccontare.
Eppure ci siamo.
O meglio, c’è una versione di noi che qualcun altro ha deciso di costruire.
È forse questa una delle trasformazioni più inquietanti portate dall’intelligenza artificiale: la
possibilità di fabbricare una violenza senza avere bisogno della realtà. Per molto tempo
abbiamo associato la diffusione non consensuale di immagini intime a qualcosa che, almeno
all’origine, era realmente accaduto. Una fotografia scattata durante una relazione, un video
registrato in un momento privato, un’immagine condivisa con una persona di cui ci fidavamo e
poi utilizzata contro di noi. Con i deepfake sessuali, invece, la fotografia può non essere mai
esistita.
Può bastare un selfie. Una fotografia al mare. Un’immagine pubblicata sui social. Un volto che
qualcuno prende, elabora e inserisce in una situazione sessuale inventata. Il corpo non deve
più essere stato fotografato per poter essere violato nella sua rappresentazione.
Ed è proprio qui che la questione smette di essere soltanto tecnologica e diventa una questione
di consenso.
Siamo abituati a pensare al consenso come a qualcosa che riguarda ciò che facciamo
concretamente con il corpo di un’altra persona: toccarla, fotografarla, filmarla, condividere
una sua immagine. Ma una rappresentazione digitale non è priva di conseguenze solo perché è
falsa. Un’immagine generata artificialmente può essere vista da un partner, da un genitore, da
un collega, può circolare in una scuola o in un’università, può essere utilizzata per umiliare,
ricattare o intimidire. Può continuare a circolare anche quando la persona raffigurata ha già
chiesto che venga rimossa.
E alla fine, a quella persona può rimanere una spiegazione paradossale da dare: “Non sono io”.
Il fatto che non sia realmente lei, però, non significa che il danno non sia reale. Una fotografia
falsa può compromettere una reputazione reale, una relazione reale, una quotidianità reale.
Può generare vergogna e paura anche quando ciò che rappresenta non è mai successo. E
questo tocca anche il grave problema che riguarda la “vergogna” della sessualità femminile,
dove è stigmatizzata più la vittima che il suo carnefice.
Comunque, la tecnologia, in questo senso, non ha inventato l’oggettificazione del corpo
femminile. Ha reso più semplice, più veloce e potenzialmente infinita una dinamica che esisteda molto prima dell’intelligenza artificiale. Il corpo delle donne è da sempre esposto allo
sguardo, al giudizio e alla sessualizzazione. Quello che cambia è la possibilità di trasformare
quello sguardo in un contenuto che sembra autentico e che può essere prodotto senza che la
persona coinvolta abbia mai partecipato alla sua creazione.
Ed è significativo che le vittime di questo fenomeno siano in larga parte donne. Anche le
tecnologie più nuove tendono infatti a riprodurre le disuguaglianze già presenti nella società.
L’intelligenza artificiale non nasce in uno spazio neutro. Viene utilizzata da persone che portano
con sé gli stessi pregiudizi, desideri e rapporti di potere che esistono offline.
Per questo il problema non può essere liquidato come una semplice conseguenza indesiderata
dell’innovazione. Quando qualcuno prende il volto di una donna e lo trasforma in un’immagine
sessuale senza il suo consenso, non sta semplicemente manipolando un file. Sta utilizzando
la sua identità per costruire una rappresentazione sessuale che lei non ha mai autorizzato.
Anche la responsabilità, allora, non può fermarsi a chi produce quell’immagine. C’è chi la
condivide, chi la inoltra in una chat, chi la cerca deliberatamente, chi la salva, chi la trasforma
in uno scherzo. C’è anche chi, davanti a un’immagine del genere, pensa che non sia poi così
grave proprio perché “non è vera”. È l’evoluzione macabra del revenge porn.
Per anni abbiamo insegnato alle ragazze a proteggersi dalla violenza digitale facendo
soprattutto attenzione a ciò che condividevano. Non mandare fotografie intime. Non fidarti
troppo. Non lasciare il telefono sbloccato. Non pubblicare immagini compromettenti. Proteggi
la tua privacy.
Sono consigli che hanno ancora un senso, ma non possono essere la soluzione a un fenomeno
in cui potrebbe non esserci nulla da proteggere. Una donna può non aver mai inviato una
fotografia intima, non aver mai avuto una relazione con la persona che ha creato l’immagine e
non aver mai fatto nulla di ciò che quella fotografia racconta. Eppure, qualcuno può
inventarselo. E in ogni caso, la colpa non è di chi si emancipa, ma di chi si appropria in modo
violento e intimidatorio del corpo di qualcun altro.
Ogni nuova tecnologia ci costringe, prima o poi, a ridefinire i confini di ciò che consideriamo
accettabile. Con l’intelligenza artificiale questo processo riguarda anche qualcosa di molto più
profondo della privacy digitale: riguarda la nostra idea di identità, di corpo e di consenso.
Perché un corpo non smette di appartenere a una persona quando viene trasformato in pixel.
E il consenso non dovrebbe smettere di esistere nel momento in cui, al posto di una macchina fotografica, utilizziamo un algoritmo.
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