I nuovi cosmopoliti

di Benedetta Covre

Ancora una volta mi ritrovo a cambiare argomento all’ultimo, volendo inizialmente trattare di qualcosa di intellettuale e invece, a due giorni dalla scadenza per la consegna, c’è quell’argomento che batte nella mente, mentre cucino le solite zucchine in padella e brucio…sì, brucio, delle polpettine di ceci. 

Questo tema si è presentato prepotentemente nella mia quotidianità, troppo per non focalizzarmici: con l’amica tornata il weekend scorso dall’Erasmus in Spagna, con l’altra che conta i giorni che le mancano per tornare a casa da cinque mesi in Canada, a metà tra il malinconico e l’entusiasta  e, anche questa mattina, dirigendomi a lavoro (oggi vicino la fontana di Trevi, il che già di per sé mi è sembrato surreale), insieme ad una ormai amica di università. 

Si è insinuato in crescendo, come in crescendo è avvenuta l’anamnesi di tutto ciò che vi ruota attorno: vivere lontani da casa per tempi più o meno prolungati, man mano che si cresce, non rappresenta più una novità, che sia per lavoro, per gli studi o semplicemente per la volontà di scoprire una realtà diversa e, così facendo, scoprirsi diversi. 

C’è chi rompe i confini del proprio stato e chi invece ne rimane all’interno, non sminuendo però il coraggio necessario per intraprendere il cambiamento. Cambia il paesaggio e, con lui, la quotidianità. Il risveglio in un letto che non è quello di casa, anche se magari con le stesse lenzuola, ha un’altra vista: non il verde rigoglioso e sconfinato del proprio giardino, ma un timido albero che si fa spazio tra i palazzi di una metropoli. Sappiamo di non trovare più i personaggi principali che caratterizzavano il film di quella che era la nostra vita (famigliari, amici, soliti compaesani da salutare con un cenno del capo sulla strada verso la bottega), ma li troviamo sostituiti da coinquilini, nuove compagnie e l’infamiliare noncuranza dei passanti per strada, alla quale con il tempo ci si fa l’abitudine, come ci si abitua a tutto ciò che è nuovo. D’altronde, l’attuale quotidianità è stata a suo tempo una novità che poi si è riaffermata nel tempo. 

Appare inizialmente disarmante il passaggio da un luogo all’altro, un salto nel vuoto, ignaro di ciò che si troverà dall’altro capo, in cui è inevitabile non rispecchiarvisi: in quel mondo così diverso, così lontano da quello reale, si crea una sorta di vita parallela, quella neonata e quella nella propria città di provenienza. Quest’ultima sembra si congeli temporaneamente, la mettiamo in pausa il tempo di partire e farvi ritorno, per poi scoprire, però, che non si è fermata, che le nostre persone hanno continuato la loro vita. Vita di cui noi iniziamo a esserne estranei, potendo parteciparne unicamente da remoto, con aggiornamenti fatti a posteriori. 

Nel mentre la nostra inedita esistenza inizia a diventare il nuovo quotidiano, ambientandosi e costruendo piccoli rituali, talvolta riciclati dalla vita precedente, a cui inevitabilmente ci affezioniamo per creare quel senso di familiarità che ci manca o che, forse, viene anelata inconsciamente dall’animo di ogni essere umano alla ricerca costante e automatica di  sentirsi parte di QUALCOSA. E funziona: il senso di mancanza va affievolendosi, rinfrescato ad ogni chiamata e foto che osserviamo felici, ma anche, a volte, malinconici per non aver potuto prendere parte ad un’occorrenza o ad un semplice evento di cui avremmo voluto essere comparse, presenze fisiche di fronte alla narrazione. Sentiamo invece altri racconti, altre storie, partecipiamo entusiasti a nuove festività come se avessimo cambiato religione e il nostro calendario si fosse ridimensionato. 

Così il divario tra le due vite parallele si inspessisce e diviene ancora più lampante nel momento del ritorno, nel rientrare a contatto con tutto ciò che avevamo lasciato da parte. Varcando la soglia di casa si trova un nuovo oggetto di arredamento, si sentono citare aneddoti a noi ignoti oppure veniamo a conoscenza di quelle che per noi sono novità. Un’iniziale senso di smarrimento (gemello eterozigote di quello che abbiamo provato all’inizio della nuova esperienza) ci disarma e sconcerta, sentendoci quasi estranei a ciò che in realtà ci apparteneva, ma è solo un’amnesia temporanea: il tempo di rivedere i volti che conosciamo al minimo dettaglio e di concludere le formalità che seguono ogni ri-incontro è sufficiente per sentirci nuovamente a casa, una nuova? O la solita? Tutto torna come lo è sempre stato, quando quella era la vita che affrontavamo ad ogni sorgere del sole, ma con un gusto diverso, più intenso, come al riprovare un cibo che da tempo non assaporavamo e di cui avevamo obliato il sapore. La gioia di vedere determinate persone e scenari viene moltiplicata, nella consapevolezza del tempo limitato che avremo per goderci di tali visioni, perché ad ogni ritorno, seguirà una ripartenza, a prescindere da quanto sarà prolungata la permanenza a casa. 

Si innesca, così, un alternarsi di ambientamenti e disambientamenti, di città in città, di casa in casa e, questo, se da un lato ci pone in svantaggio per la parziale fatica emotiva richiesta da questa azione, dall’altro ci permette di apprezzare maggiormente quello che ci circonda: il giorno prima di partire c’è, quello dopo non più, e ne vogliamo assaporare ogni particolare, ricordarne ogni dettaglio, per creare un piccolo bagaglio emozionale da portarci appresso, ripensandoci lungo il tragitto, che sia di andata o ritorno.

Ci abitueremo fino ad un certo limite a ciascuna realtà e ne diventeremo degli abitanti-turisti, parte integrante di essa, ma non ci abitueremo alle sue bellezze, siano esse montagne innevate, campi di pannocchie, la Fontana di Trevi per andare a lavoro o il Colosseo ammiccante passandoci affianco in bus. Questi, e tutti gli affetti che li circondano, non smetteranno di stupirci, affascinarci, attrarci a loro per ricordarne il valore.  

Siamo i nuovi cosmopoliti, non cittadini di un mondo, ma di due, forse di più mondi, ciascuno con le proprie persone, usanze e i propri ambienti. Apparteniamo ad entrambi e vi entriamo ed usciamo ad intervalli non sempre regolari, pur sempre facendone parte. Ed è questo duplice, ossimorico senso di appartenenza ed estraneità che ci permette di godere della semplicità delle piccole cose che nella quotidianità passano inosservate, ma che in realtà celano il più puro senso della bellezza dell’esistenza. Non è mai stata così sostenibile, la leggerezza dell’essere. 

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2 Commenti. Nuovo commento

  • Meravigliosa la descrizione delle due vite, dei due mondi!
    Leggendo ci si immerge facilmente nella parte, e nei luoghi.

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    • Da fuorisede ho empatizzato molto. Una volta sono tornata a casa e ho pianto perché ho notato una nuova tv che mio padre non mi aveva detto di aver comprato. Tu hai descritto questa sensazione in un modo giusto un po’ più poetico :,)

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