Facciamo un gioco, vi va?

Io vi presenterò brevemente alcune figure storiche femminili nel campo delle cosiddette materie STEM e chi ne conoscerà almeno, mmhhh, diciamo 4? Ecco, chi ne conoscerà almeno 4 vincerà una vaschetta di gelato, ché di questi tempi è più o meno come vincere 1 kg di ciliegie o giù di lì.*

Da quale personaggio inizieremo, vi starete chiedendo.

Ada Lovelace. Mai sentita nominare? No? Scommetto che avrete sentito parlare, almeno spero, del padre di colei che è considerata la prima programmatrice al mondo: il poeta Lord Byron, che la figlia non conobbe mai. 

Lovelace tradusse e annotò un articolo sulla macchina analitica di Charles Babbage, producendo la prima descrizione pubblicata di una sequenza di operazioni per risolvere un problema matematico tramite macchina. Le sue note per l’articolo erano tre volte più lunghe dell’articolo stesso.

Il primo algoritmo informatico della storia? La Nota G, algoritmo progettato per calcolare i numeri di Bernoulli usando la macchina analitica di Babbage. 

La nostra “incantatrice dei numeri”, come Babbage la definì, fu anche una grande visionaria: ipotizzò che il Motore “potrebbe agire su altre cose oltre ai numeri (…) il Motore potrebbe comporre elaborati e scientifici pezzi di musica di qualsiasi grado di complessità o durata” (Computer History Museum).

Se volete saperne di più su di lei, vi consiglio, anche se fortemente romanzato, il libro “L’incantatrice dei numeri” di Jennifer Chiaverini, tradotto da Maddalena Togliani.

Sapete, invece, a chi dobbiamo il famoso termine “bug”? Grace Hopper.

Nota anche come la “Madre del COBOL”, linguaggio ancora largamente utilizzato, inventò il primo compilatore, il concetto di riuso del codice e la nozione di subroutine.

La creazione e diffusione mainstream del termine “software engineering”? Ringraziate Margaret Hamilton, che tra l’altro fu a capo del team MIT che scrisse il software di volo dell’Apollo.

Wi-Fi, GPS, Bluetooth… Tutti strumenti per noi oggi indispensabili, devono buona parte della loro esistenza all’invenzione che l’attrice Hedy Lamarr, insieme al compositore George Anthell, donarono all’esercito americano per combattere i nazisti: il frequency hopping. La vera importanza di quell’invenzione non sarebbe stata compresa per decenni.

Immaginate che all’epoca la marina statunitense le disse che avrebbe aiutato di più lo sforzo bellico se avesse venduto baci per raccogliere fondi in favore dei War Bond.

Lei e il collega Anthell non ricavarono mai un centesimo da quell’invenzione, ma nel 1997, ben 56 anni dopo,la Electronic Frontier Foundation assegnò a Lamarr e Antheil il proprio Pioneer Award. Nello stesso anno, Lamarr divenne la prima donna a ricevere il Bulbie Gnass Spirit of Achievement Award, considerato “gli Oscar dell’invenzione”.

Ora, tuttɜ conosciamo Marie Curie, ma conoscete colei che Einstein definì la Marie Curie tedesca? Vi sto parlando di Lise Meitner.

Fu la seconda donna a ricevere un dottorato in fisica all’Università di Vienna e prima donna in Germania a diventare professoressa ordinaria.

Malgrado il suo fondamentale contributo nella scoperta della fissione nucleare, da convinta pacifista si rifiutò sempre fermamente di avere a che fare con la creazione della bomba atomica.

Nonostante fosse stata candidata al Nobel tre volte e nominata per ben 49 volte, non le fu mai conferito.

Jocelyn Bell Burnell. Scoprì le pulsar durante il suo dottorato. Il Nobel fu assegnato al suo supervisore, non a lei, in uno dei casi più citati di sistematica esclusione femminile dalla scienza.

Esther Lederberg. Biologa e genetista, sviluppò insieme al marito Joshua una tecnica per trasferire colonie batteriche da una piastra di Petri all’altra. Quando il marito vinse il Nobel, i suoi contributi non furono riconosciuti. Stanford le revocò il tenure e la declassò ad Adjunct Professor, mentre il marito diventò Chairman del Dipartimento di Genetica.

Vediamo, chi altre? 

Katherine Johnson, Radia Perlman, Edith Clarke, Chien-Shiung Wu, Rosalind Franklin, Cecilia Payne-Gaposchkin, Henrietta Leavitt e tante, tante, tantissime altre donne, cui non sono mai stati riconosciuti i propri meriti e, quelle poche volte in cui sono stati riconosciuti, sempre e comunque troppo tardi.

Mi permetto di chiudere questa sezione, prima di passare celermente in rassegna alcuni dati, con un personaggio immaginario, ma che ha avuto un effetto decisamente reale: Dana Scully.

Protagonista insieme al collega Fox Mulder della proficua serie fantascientifica X-files, è stata al centro dello studio “The Scully Effect: I Want to Believe in STEM” del Geena Davis Institute on Gender in Media nel 2018, condotto in partnership con 21st Century Fox e J. Walter Thompson Intelligence.

Lo studio ha intervistato 2021 partecipanti, tutte donne dai 25 anni in su, riguardo l’effetto che il personaggio di Dana Scully aveva avuto su di loro, di seguito alcuni risultati:

Il 63% delle donne familiari con il personaggio di Scully dichiarava di avere maggiore fiducia nel perseguire una carriera STEM grazie a lei.

Il 58% delle donne attualmente impiegate in campi STEM negli USA ha citato Scully come ragione per cui è entrata in quei settori.

Le donne che guardavano regolarmente lo show erano inoltre 42% più propense a dichiarare che avrebbero incoraggiato la propria figlia o nipote a intraprendere una carriera scientifica

Le parole più frequentemente usate dalle partecipanti per descrivere Scully erano: “smart”, “intelligent”, “strong”. Il 91% delle donne familiari con il personaggio lo considerava un modello di riferimento per ragazze e donne.

In un’intervista per Marie Claire UK, Gillian Anderson, attrice interprete del personaggio,  ha dichiarato: “All’epoca di The X-Files, quello che sentivo dal pubblico femminile giovane era la gratitudine di vedere qualcuno che rappresentava un aspetto di sé che non aveva mai visto in televisione. Il numero di donne ispirate a studiare materie STEM è aumentato esponenzialmente grazie a lei.”

E adesso, qualche numero,  perché i dati son dati, e ignorarli sarebbe un lusso che non possiamo permetterci.

Secondo il WEF Global Gender Gap Report 2024, le donne rappresentano il 28,2% della forza lavoro STEM globale. Nei settori non-STEM la quota femminile è del 47,3%. Sempre il WEF stima che, all’attuale ritmo di progresso, ci vorranno 134 anni per raggiungere la parità di genere completa, giusto per darvi un’idea della scala temporale con cui stiamo lavorando.

Negli USA, le donne costituivano circa il 26% dei dipendenti STEM nel 2022, con un aumento di appena 1 punto percentuale rispetto al 2000. Solo il 21,3% di chi ha conseguito una laurea in Informatica è donna. La parte forse più amara: nel 1984 le donne rappresentavano circa il 35% del settore tech, contro il 32% stimato nel 2023. Stiamo andando indietro.

In Italia non va meglio: ogni 1.000 ragazze tra i 20 e i 29 anni, solo 14,3 completano studi scientifici o tecnologici, contro 21 ragazzi. Nel 2024, la quota di lauree STEM tra gli uomini ha raggiunto il 36,9%, mentre quella femminile è scesa al 15%.

Nelle grandi aziende tech, la percentuale di donne sul totale dei dipendenti oscilla tra il 31% di Microsoft e il 45% di Amazon, numeri che già di per sé dicono molto, e che nelle posizioni di leadership scendono ancora. Il gender pay gap nelle STEM è del 13% nelle scienze e del 10% nell’ingegneria. Le donne abbandonano l’industria tech a tassi il 45% più alti degli uomini: il 50% lascia entro i 35 anni, spesso per colpa di quel fenomeno noto come leaky pipeline: il progressivo abbandono delle donne lungo tutto il percorso che porta dalla scuola al mercato del lavoro, causato da una combinazione micidiale di stereotipi, mancanza di modelli di riferimento, cultura lavorativa ostile e discriminazione bella e buona.

Anche nell’AI, che pure si presenta come il futuro, solo il 14% degli articoli di ricerca ha come primo autore una donna (Stanford AI Index 2025). Le donne sono il 18% degli ingegneri di machine learning e il 12% della forza lavoro in cybersecurity.

Insomma, il quadro è quello che è.

“La verità è là fuori”, diceva Scully, “Ma anche le bugie”.

Ed è proprio così: per decenni, la bugia più silenziosa e capillare è stata quella di cancellare, ignorare, ridimensionare il contributo delle donne alla scienza, di assegnare Nobel ai colleghi, di far lavorare fisiche di fama mondiale in laboratori ricavati da officine da falegname, di dire a un’inventrice che avrebbe fatto meglio a vendere baci per lo sforzo bellico.

La verità, però, è là fuori anche lei.

E la verità è che ci sono sempre più bambine che smontano carillon per capire come funzionano, sempre più ragazze che scelgono fisica e informatica in barba agli stereotipi, sempre più donne che restano, nonostante la leaky pipeline, nonostante i bias, nonostante gli ambienti che ancora faticano ad accoglierle davvero.

La verità è che non ci mancano le capacità. 

Ci è mancato, per troppo tempo, il permesso di usarle.

*Vittoria puramente fittizia, esistente ai soli fini dell’articolo; Disclaimer aggiuntivo per la salvaguardia delle tasche delle nostre Salamandre.

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