Come una cosa posata in un angolo

di Lucia Caputo

Il Natale é passato, le vacanze si stanno chiudendo come una parentesi. C’è chi è già tornato alla propria routine, rituffandosi a capofitto nella quotidianità, tra vecchie abitudini e buoni propositi, e chi indugia ancora in una sospensione che prometteva riposo e ristoro. Ma come ci sentiamo davvero? Siamo rigenerati o ci scopriamo più stanchi e svuotati di prima, disillusi da una pausa che non ha mantenuto le sue promesse? Molti di noi avvertivano l’urgenza di staccare la spina, di sottrarsi alla frenesia che governa le nostre giornate e al ritmo che incalza le nostre vite. Sentivamo il desiderio di uscire dai ruoli che interpretiamo ogni giorno, di lasciar cadere le maschere, di rallentare, di dedicarci a noi stessi e ai nostri affetti più cari, di tornare ad abitare quella quiete smarrita, che facciamo persino fatica a riconoscere, scambiandola per noia, di coltivare la nostra solitudine come spazio fecondo, utile a ricomporci. É una necessità elementare e universale, quella di essere lasciati in pace. La ritroviamo nella sua essenzialità, in una poesia di Ungaretti scritta il 26 dicembre 1916, mentre il poeta era in congedo dalla guerra. Dopo mesi trascorsi sul fronte, non vuole tuffarsi in un gomitolo di strade aggrovigliato e privo di direzione, ma percepisce l’intimo bisogno di restare in disparte come una cosa posata in un angolo e dimenticata. In questi versi il poeta non chiede comprensione e neppure consolazione. Rinuncia persino alla sua umanità: non vuol’essere considerato un uomo, con una corporeità e un’anima, ma un oggetto inanimato, sottratto allo sguardo e alle aspettative altrui. É un’esigenza di immobilità che nasce dalla stanchezza più profonda, dalla tensione emotiva, dal sovraccarico che va oltre la stanchezza fisica. In quel gomitolo avviluppato, riconosciamo le nostre giornate fitte di impegni e scadenze, che ci inducono a muoverci senza avanzare davvero. Nella stanchezza del poeta riconosciamo la nostra, quella di chi ogni giorno deve fare i conti con il peso di un’identità costantemente esposta e interrogata, sottoposta a paragoni, aspettative e giudizi.                                                                                                                                                            

Anche noi, nella nostra “modernità liquida”, come la definisce Bauman, i cui ritmi incessanti e le connessioni rapide lasciano poco spazio alla solitudine, avvertiamo l’intimo bisogno di essere posati in un angolo e dimenticati, di ri-tornare a essere pienamente presenti a noi stessi. Così come il poeta cerca la pace lontano dal fronte, anche noi, sentiamo l’esigenza quasi primitiva e viscerale, di restare nel nostro hic et nunc, nel qui ed ora, per ritrovare quella parte di noi che rischia di disperdersi nella corsa quotidiana. La sospensione di cui parla il poeta non è inerzia né resa, ma è un modo diverso di abitare il tempo e il mondo. Forse, è proprio da questo stato di quiescenza, che può originarsi una presenza piena, cosciente, capace di sottrarsi alla frenesia che ci attraversa, restituendoci il senso di ciò che siamo, prima di ciò che facciamo o di come appariamo. Talvolta, essere invisibili, sottrarsi a giudizi esterni, abbandonare i ruoli imposti, essere posati in un angolo e dimenticati dal mondo, è l’unico modo che abbiamo per non dimenticarci di noi stessi.

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1 Commento. Nuovo commento

  • Ritengo che l’autrice dell’articolo abbia posto in essere un elogio dell’invisibilità. Avvertendo l’urgenza di essere «posati in un angolo e dimenticati» ha saputo riproporre una risposta politica e umana al determinismo di un’identità perennemente esposta al tribunale del giudizio altrui. Non è certo una resa ma una prospettiva che vede nella solitudine feconda un atto estremo di resistenza metafisica. E’ il tentativo disperato, e pur necessario, di spiegare (e con questo preservare) l’essenza dell’essere prima che si frantumi nel proscenio del fare e si disperda nell’inconcludente rumore del quotidiano. Arguto e destrutturante.

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