Archeologia del desiderio: gli antichi Romani usavano i sex toys?
di Lucia Caputo
Il passato non affiora soltanto sotto forma di monete e monili vari, ma anche attraverso oggetti inattesi, tracce materiali che delineano un’archeologia del desiderio.
A Vindolanda, sito archeologico della Gran Bretagna settentrionale, al confine tra l’Inghilterra e la Scozia, sorgono i resti di un forte costruito nel 79 d.C. per ordine di Agricola, il generale romano impegnato nella conquista della Britannia. Oggi accanto alle rovine si trova un museo che conserva migliaia di reperti rinvenuti nel sito: scarpe, utensili, attrezzi agricoli, tavolette lignee incise e un fallo scolpito in legno di frassino lungo circa sedici centimetri.
L’arnese, risalente a quasi duemila anni fa e rinvenuto nel 1992, presenta una base cilindrica ampia e convessa, è privo di testicoli e possiede un glande ben definito. Gli archeologi inglesi si sono chiesti a cosa servisse e hanno formulato diverse possibili ipotesi. Quella che inevitabilmente ha suscitato maggiore curiosità è che si trattasse di un giocattolo sessuale. In alternativa l’oggetto potrebbe essere stato un pestello per macinare ingredienti culinari, cosmetici o medicinali con una forma che avrebbe assunto anche un valore simbolico e apotropaico, oppure parte di una statua o di un elemento decorativo destinato a essere toccato per invocare fortuna e fertilità.
Nel tentativo di trovare una risposta, gli studiosi hanno osservato il reperto al microscopio. Glande e base appaiono particolarmente levigati, come se fossero stati sottoposti a sfregamenti ripetuti. Non è una prova definitiva, ma l’ipotesi del “sex toys” appare tutt’altro che fantasiosa e non sarebbe nemmeno una sorpresa. Del resto, oggetti di questo tipo non erano estranei al mondo antico. Nell’antica Grecia erano chiamati òlisboi (òlisbos al singolare) ed erano spesso realizzati in cuoio o altri materiali, abitualmente lubrificati con olio di oliva; talvolta compariva anche il termine baubon, impiegato con sfumature più giocose e allusive.
Tali oggetti non erano confinati alla sola intimità, ma entravano senza imbarazzo nella letteratura e nella comicità dell’epoca. Il poeta greco Eroda, ad esempio, nel VI mimo mette in scena due amiche, Coritto e Metro, impegnate in un’animata conversazione sulla bravura di un calzolaio, Kerdon, autore di oggetti in cuoio rosso descritti con un termine che richiama l’idea di “giocattoli”. Già molto prima, nelle commedie di Aristofane, come la Lisistrata, compaiono riferimenti agli òlisboi, utilizzati dalle donne ateniesi come surrogato del desiderio durante l’assenza dei mariti impegnati in guerra. Nella letteratura latina il tema degli oggetti fallici ricorre con una certa frequenza e in forme diverse: negli epigrammi di Marziale compaiono allusioni satiriche a membri artificiali legati al desiderio femminile, nel terzo libro dell’Ars Amatoria, Ovidio suggerisce l’uso di strumenti simili come supporto al piacere, mentre nella raccolta della Priapea emergono riferimenti a falli in vari materiali, con funzione sia erotica sia apotropaica.
Greci e Romani utilizzavano già oggetti che oggi potremmo ricondurre ai cosiddetti “dildo”? Sembrerebbe di sì. E prima ancora di loro, tracce di questi manufatti sembrano risalire a epoche remotissime. I più antichi oggetti interpretati dagli archeologi come “dildo” risalgono infatti al Paleolitico, circa ventottomila anni fa, ben ventunomila anni prima dell’invenzione della ruota.
La storia dell’umanità non si lascia raccontare solo attraverso guerre, imperi millenari e grandi imprese, ma anche attraverso pratiche quotidiane e fantasie erotiche che restano fuori dai libri di storia e che definiscono un passato più umano, fatto non solo di eventi memorabili ma anche di corpi e desideri.
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