
Il lato musicale del mondo
di Cecilia D’Annunzio
Cos’è la musica? Cos’è la danza? O un libro? La musica e la danza credo nascano da uno stesso istinto bestiale a cui la natura ci fa inevitabilmente tendere. La letteratura sembrerebbe diversa, nel suo essere cerebrale e intrinsecamente più umana. La risposta mi arriva quando guardo qualcuno danzare o lo ascolto fare musica. La vitalità che mi trasmette è fisica, la sento sotto la punta delle dita e formicola nella pianta del piede. Non la vedo, ma rimane nell’aria e si impone dentro di me come un’incombenza. Il richiamo arriva da lontano, mi inghiottisce. Sono nell’utero. E lo sento battere a ritmo di tamburo. La musica viene a ricordarmi che sono viva.
La letteratura, invece, è l’indizio che l’essere umano ha un’altra via. Nel libro la ricerca della poesia si srotola lentamente come un filo di gomitolo sotto la punta della penna di chi scrive, e chiede tempo. Lo scrittore fabbrica qualcosa che lascia solo intravedere e ci tiene chini per ore e ore sulle tracce della nostra curiosità. Neanche lui in realtà sa cosa fabbrica, ma si occupa di tenere vivo un luccichio costante nelle nostre pupille come se tenesse vivo un fuoco, per nutrire la concentrazione di chi non sa cosa cerca ma lo desidera con fascinazione. I libri sono stati fin da subito la via per avvicinarmi alla cadenza musicale del mondo.
Ho iniziato a intravederla che ero molto piccola. Mi interesso alle storie da quando mia madre mi faceva leggere le fiabe. E all’ora di dormire, illuminata solo dalla notte che si affacciava alla finestra, disponevo attentamente un brulicante palco di pupazzi alla testiera del letto, e a pancia in giù davo inizio a teatri immaginari, alle fiabe appunto, che riempivano lo spazio buio della mia stanza di bambina. Un pupazzo stava in piedi sotto lo sguardo attento della mia mano, che da sopra lo animava e guardava l’altro davanti a sé mentre faceva un saltello. Il pupazzo pensava, parlava, ballava, interagiva con l’ambiente: conteneva un vasto mondo al suo interno e tutto era partito dalla noia e dal modo in cui avevo iniziato improvvisamente a guardarlo meglio.
Da lì non ho mai smesso. Le storie sono rimaste, ma sotto forme diverse. Quando non leggo le scrivo, quando non scrivo le disegno, le invento, le improvviso a voce alta. E quando resto in silenzio perché non partono da dentro, osservo il fuori. Alzo lo sguardo per sentire che sono ovunque. Il mondo che io chiamo inanimato segretamente narra sé stesso, con l’unica condizione che, per essere sentito, ci chiede in silenzio di avere una curiosità inaudita. Gli oggetti attraversano la nostra vita così spudoratamente nel quotidiano da percepirli come natura morta sullo sfondo. Non avvertiamo alcuna presenza perché non li consideriamo atti a restituire loro uno sguardo carico di dignità. Basterebbe poco per scoprire l’assurdo in cui la vita li ha accuratamente avvolti e ce li ha posti accanto. Ma più il mondo è veloce, meno tempo abbiamo per farci sorgere il dubbio di queste esistenze.
Lo sguardo che rivolgiamo alla realtà che abitiamo è rivelatore di chi siamo. Una ragazza a un incontro di poesia siede tra tutti e ascolta. Il filo della voce entra nelle orecchie e segna l’inizio di un viaggio introspettivo che corre lungo le pareti del corpo. La poesia si alza nell’aria e fa vibrare l’interiorità del pubblico a suo piacimento. Ci sovrasta senza preavviso, invade lo spazio personale di chi è disposto ad ascoltarla, si impone sui pensieri quotidiani, ci squarcia di netto, ci fa piangere, ci affascina, ci disgusta, ci fa tremare. E non so se sentirmi più bestia o più persona nel frattempo. Il ritmo entra ed esce dalla piccola apertura acustica per sintonizzare chi è in ascolto sulla stessa frequenza. L ’atmosfera si tinge. Essere lì ci collega gli uni agli altri così tanto che in quel momento a farci vibrare sarà la forza dell’esperienza collettiva.
La massa si abituerà a considerarsi un insieme unico durante tutta la performance, dimenticando le piccole individualità di cui è composta. Si avrà l’impressione di ascoltare una stessa musica: non è così. La voce è una, ma l’orecchio è ogni volta diverso, e così anche ciò che sentiamo, che è ciò che la massa sente. E la discordanza di sensazioni all’interno dell’agglomerato di persone, quel moltiplicatore di interpretazioni che riverbera e sovrappone le impressioni lungo la stanza, è ciò che ci lascia scossi e storditi alla fine. L ’esperienza è folgorante; tutti si guardano senza parole, nessuno capisce nulla per il momento.
Fuori, quando organicamente il pubblico andrà disgregandosi nello spazio esterno, le opinioni inizieranno ad emergere, alcune imponendosi sul resto, altre non affacciandosi affatto. Più si parla dell’accaduto, più le sensazioni restano avvolte nel mistero dell’esperienza personale. E qualcuno come sempre dirà che l’arte non può essere spiegata, che non sa cosa ha provato. Per farlo dovrebbe sentire attentamente ciò che si agita nel di dentro, nel frattempo che la musica ci dà il privilegio di accadere assieme a noi. Non è un pensiero facile.
Difatti, non sempre le performance funzionano. O meglio, non sempre chi ascolta è pronto a ricevere qualunque cosa. Più spesso, nel dare qualcosa di intimo a un pubblico, si crea attrito. Un’esibizione atipica, un’immagine che turba, una musica all’apparenza poco fruibile. Le parole e i loro significati si riversano fuori dalle orecchie delle persone come un liquido caustico e il corpo comincia a intorpidirsi sulla sedia. Qualcosa ci prende alla sprovvista. È la vergogna, la vergogna di star scoprendo l’intimo davanti a tutti.
Qualunque cosa può essere messa sotto gli occhi scandalizzati della gente. Catartico è scandalizzare e immergersi nel profondo piacere trasformatore di essere scandalizzati. Uscirne vitali: non illesi. L ’intimo e il pubblico si devono fondere in un dialogo unico che non abbia testa né coda, e che risulti aberrante. Solo da lì potrà emergere un sentimento rivoluzionario per qualcuno.
La poesia occupa lo spazio di cui ha bisogno dentro di noi per dispiegarsi. Ma la folla si dimena. Si sente bisbigliare e scalpitare con forza. Ecco che la ragazza distoglie lo sguardo. Sprezzante, si guarda intorno in cerca di appiglio per estraniarsi da quell’intimità forzata. La reazione spontanea e protettiva è il rifiuto: umiliare chi si esibisce e allontanarlo dal proprio vissuto a passo di risata, prima che la sensazione di ridicolo affondi le fauci nella nostra sensibilità. Ebbene, infine, annichilita, la ragazza se ne va, sentendosi annegare. Ah, quanta rigidità improvvisamente sento nascosta nelle giunture delle articolazioni. Ci si allontana. Ci si allontana dalla musica, dalla poesia, da quel ritmo così carico di ciò di cui vorremmo velocemente spogliarci. È così indifesa, quella parte di noi, ma siamo così terribilmente spaventati all’idea di trattenerla che, d’improvviso, la ghigliottina ci sembra un’opzione invitante.
Una ragazza a un incontro di poesia siede tra tutti e ascolta. Ascolta attentamente. Infatti, solo a volte succede che in quella folla di turbamento, qualcuno con gli occhi grandi non si nasconda nello sguardo di qualcun altro. Si immerge nella consapevolezza che è sola. Osserva il vuoto, sentendo come la fragilità che la abita si squarcia piano piano e diventa una fessura. La musicalità le permette di trascendere. E lei è presente. Sospesa sul filo delle sue emozioni, non ignora quanto sia scossa o agitata, ma scopre che è più viva di quando è iniziato lo spettacolo ed è l’unica cosa che importa. La vita ha il potere di scuoterci abbastanza da farci domandare se guardiamo le cose dal lato giusto. L ’arte anche.
Lo sguardo comanda il pensiero e ogni persona possiede uno sguardo unico sul mondo. Ogni persona è un libro. E questo nessuno può vederlo se non vuole. Ognuno ha un interesse specifico nel notare una cosa piuttosto che un’altra e dipende tutto dall’andamento della propria curiosità. Perciò per me rimane così: ogni cosa è un libro e solo io che decido di conoscere il mondo in questo modo posso avere un numero incontabile di libri a portata di sguardo. E non sono solamente i libri, gli oggetti o le persone a essere libri. Ma un artista, un disegno, quella notte dall’atmosfera insolita, l’uomo che hai conosciuto, la tua città natale, la città straniera che ha infuso in te una fascinazione profonda per qualcosa di totalmente estraneo. Sono tutti libri con una poetica e delle regole proprie. La musicalità delle cose sta in ogni momento in cui decidiamo consciamente di prestarvi attenzione. Quando distogli lo sguardo la musica cessa. Tuttavia è l’unica a farti dubitare del lato apparente delle cose.
In questa pagina lascio scritte le consapevolezze che mi ritrovo nelle tasche a fine giornata. Se ci penso è folle. Un pupazzo un giorno mi ha parlato e da quel momento ho capito che avrei dedicato la mia vita a quanto c’è di musicale nel mondo. Trovo che ci sia tanta felicità in tutto questo e troppo spesso sento che non abbiamo il desiderio di scoprirla ogni volta che ne scorgiamo la possibilità.

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