Tra gli esami di Stato, il caldo torrido che sta attraversando l’Europa e l’entusiasmo per una prossima esperienza all’orizzonte, mi sono ritrovata a pensare a un Paese di cui, troppo spesso, conosciamo soltanto la guerra. Questa volta, però, la proposta è diversa: niente confini troppo politici, niente riflessioni eccessivamente accademiche. Solo la curiosità di osservare, con occhi nuovi, un luogo che continua a raccontare molto più di quanto immaginiamo.
Quando si parla di Balcani, soprattutto durante i famigerati esami di stato della terza media, il pensiero corre quasi automaticamente alla celebre espressione ‘polveriera d’Europa’. La definizione, a capo di ogni paragrafo di un qualsiasi libro di Storia, accompagna questa regione da oltre un secolo e affonda le proprie radici negli equilibri fragili (una fragilità claudicante che continua ancora) dell’Europa di inizio Novecento. Ancora oggi, parlando della prima guerra mondiale, si ricorre spesso all’immagine della “goccia che fece traboccare il vaso”: l’attentato di Sarajevo del 28 giugno 1914 e il conseguente assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando d’Asburgo e di sua moglie Sofia, per mano di Gavrilo Princip. Da allora, fiumi di pagine sono stati dedicati al “terrorista serbo”, alle responsabilità politiche e all’evento che avrebbe innescato la prima guerra mondiale.
Ma se, per un momento, ci allontanassimo dalla classe che stiamo interrogando e provassimo a partire per i Balcani, seguendo un’altra prospettiva? E se osservassimo questi luoghi non soltanto attraverso il peso della storia, ma con lo sguardo curioso di un viaggiatore instancabile? La Bosnia Erzegovina e il territorio confinante della Serbia non sono soltanto luoghi dove si consumò uno degli episodi più studiati della storia contemporanea. Sono Paesi sorprendenti, fatti di ponti che uniscono, fiumi color smeraldo, montagne, villaggi in pietra, mercati profumati di spezie e città in cui comunità varie dialogano e convivono.
Il viaggio non può che iniziare da Sarajevo, città simbolo dell’incontro tra mondi. In pochi minuti si passa dalle botteghe ottomane di Baščaršija agli eleganti palazzi austro-ungarici, dalle moschee alle chiese cattoliche, dalle sinagoghe ai caffè, laddove il tempo sembra essersi fermato. È una città che porta ancora i segni dell’assedio degli anni Novanta, ma che oggi racconta la forza della ricostruzione. Il Tunnel of Hope, il War Childhood Museum, le Sarajevo Roses e la Biblioteca Vijećnica (fig. 1) aiutano a comprendere come la memoria possa diventare uno strumento di dialogo. Da Sarajevo si raggiunge Mostar, probabilmente la cartolina più celebre della Bosnia. Lo Stari Most, il Vecchio Ponte ricostruito dopo la guerra e oggi patrimonio UNESCO (fig. 2), è diventato il simbolo di una riconciliazione possibile. Sedersi lungo la Neretva, osservare i tuffatori lanciarsi nelle sue acque e sorseggiare un caffè bosniaco significa entrare lentamente nel ritmo del Paese.
La Bosnia, però, sorprende anche per la sua natura. Le cascate di Kravica, con le loro piscine naturali, sono una delle mete estive più amate (fig. 3). Poco distante, Blagaj, con la sua tekija scavata nella roccia, sembra sospeso tra spiritualità e paesaggio (fig. 4). Počitelj, oppidum medievale, conserva il fascino delle città fortificate, mentre il Parco Nazionale di Sutjeska e le montagne delle Alpi Dinariche offrono sentieri, rafting e panorami ancora poco conosciuti dal turismo internazionale. Sarajevo, Mostar, Kravica e le grandi aree naturali del Paese affascinano i peregrini più intraprendenti. Questo viaggio, inoltre, può trasformarsi anche in un percorso attraverso la memoria della ex Jugoslavia. Da Sarajevo si può proseguire verso Belgrado, antica capitale federale, oppure raggiungere Srebrenica, luogo simbolo della riflessione europea sulla guerra, sulla giustizia e sulla pace. Non è un caso che proprio Sarajevo ospiterà uno dei prossimi incontri della European Peace Research Association (EuPRA), associazione nata nel 1988 per promuovere la ricerca sulla pace e sulla trasformazione dei conflitti. Dopo conferenze organizzate in città come Firenze, Budapest, Tampere, Tirana, Catania e Pisa, la scelta di Sarajevo assume un valore simbolico: discutere di pace in una città che continua a essere un laboratorio di convivenza e memoria. Forse è proprio questo il motivo migliore per partire: non dimenticare ma concretizzare, con fare rispettoso e curioso, il senso di quella ‘polveriera d’Europa’ che, con discrezione, insegna quanto la pace sia un cammino quotidiano, fatto di incontri, di paesaggi e di storie condivise.
Il consiglio da Salamanders? Lasciate perdere la fretta. Fermatevi in una piazza di Sarajevo al tramonto, ascoltate il rumore della Neretva sotto il ponte di Mostar, fate un bagno alle cascate di Kravica e lasciatevi sorprendere dalle persone che incontrerete lungo il cammino. Perché, molto spesso, il ricordo più bello di un viaggio non è il luogo che abbiamo visitato, ma il modo in cui quel luogo ha cambiato il nostro sguardo.
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